Una storia sul potere della diversità.

È da tantissimo tempo che non scrivo recensioni di libri per bambini. L’ho fatto per un periodo, poi ho dovuto smettere per cavalcare onde in tempesta, crescere e atterrare su terre più solide. Aver letto questo libro meraviglioso insieme a mio figlio mi ha fatto ritrovare la voglia di condividere, di raccontare con parole mie le finestre che si aprono dentro di noi quando incontriamo una storia così carica di significati profondi.

Il libro è La storia della piccola Bun che inseguì il suo sogno di Alan Barillaro, regista, animatore e sceneggiatore canadese di origine italiana, vincitore del premio Oscar 2017 per il miglior cortometraggio d’animazione con Piper.

La storia narra le avventure di una piccola coniglietta di nome Bun, con le orecchie corte corte e un cuore molto grande. La sua tana era un mondo fatto di gallerie che, purtroppo, non poteva chiamare “casa”. La colonia dei conigli non accetta chi è diverso e quelle sue orecchie così piccole sono, per gli altri, “un cattivo presagio”.

La dimensione delle orecchie non è però l’unica caratteristica che rende Bun unica. Solo lei, infatti, ha il potere di sentire il canto di tutte le creature della natura: quello di sua mamma, degli uccelli, dei cervi, delle farfalle e persino degli Spiriti che guidano il mondo naturale.

Rifiutata dai suoi simili per proteggere la sua famiglia, la coniglietta parte per un lungo viaggio con un obiettivo: chiedere allo Spirito Volpe, lo spirito del fuoco, di realizzare il suo desiderio di diventare come tutti gli altri conigli. Sarà un viaggio magico che la porterà a trovare una nuova famiglia, fatta di amici fedeli, ma anche a perdere se stessa.

Senza seguire gli avvertimenti di chi la ama così com’è, Bun finisce infatti nella trappola delle farfalle Monarca, che realizzano il suo desiderio facendole crescere orecchie lunghe, per poi scomparire. Lo Spirito Volpe, furioso per aver perso le sue farfalle, non darà tregua al mondo finché Bun non gliele riporterà.

Ma rinunciando a essere se stessa, Bun non ha perso solo le sue orecchie piccole, ma anche la capacità di sentire il canto del cuore.

C’è un indovinello che attraversa questa meravigliosa storia. Un indovinello cantato dalle farfalle, che solo Bun è in grado di ascoltare.

“Sfarfalla ma non vola

Sobbalza fino in gola

Puoi scavare per cercarlo

E senza muoverti seguirlo”

L’unica salvezza per la protagonista e per il suo mondo è ritrovare il contatto con il proprio cuore. E sarà proprio l’amore per gli altri e per se stessa, il coraggio di essere ciò che è e la resilienza a farle ritrovare il suo straordinario potere.

Questa storia è costellata di significati potenti. C’è il rispecchiarsi nelle ferite degli altri, il dolore di perdersi, il valore dell’amicizia, la forza di ritrovarsi. Ci sono tutti gli elementi, e ci sono le guerre che a volte vanno combattute per ristabilire nuovi equilibri. C’è il fuoco che brucia e divora ogni cosa e i fiori che rinascono dalle ceneri.

È un inno dedicato a chiunque si sia sentito diverso o non accettato almeno una volta nella vita, una celebrazione dell’unicità e dell’essere amati così come siamo. È stato bello leggerlo ogni sera. Così bello che, quando l’abbiamo finito, ci siamo sentiti un po’ smarriti. È un libro per grandi e piccoli, per chiunque voglia riscoprire il potere della diversità.

Monologo sul perdono.

Lo sai… una delle cose più potenti che abbia mai incontrato nella vita? Il perdono.

Ci ho messo anni. Anni veri. Per capire che cosa fosse davvero. Per strapparlo via dal senso di colpa, dalla paura di sbagliare, da quell’idea che qualcuno, là in alto, stia sempre a giudicarci, in attesa che ci inginocchiamo e chiediamo grazia. Poi, a un certo punto ho capito. Il perdono non si chiede. Non si concede. Il perdono accade. Dentro. In silenzio. Tra me e me.

Perché quando qualcuno ci ferisce, quando il colpo arriva dritto, preciso, non è solo per quello che ha fatto. Fa così male perché trova una porta aperta. Una parete sottile. Una crepa antica. E lì succede qualcosa di difficile da accettare: quella ferita è anche responsabilità nostra. Non colpa. Responsabilità.

Io l’ho imparato col tempo. Ho imparato che se torno indietro, se scendo fino alle radici delle mie ferite, se me ne prendo cura divento meno fragile. Meno esposta. E allora sì, allora posso perdonare. Senza dire niente. Senza spiegare. Senza doverlo comunicare a nessuno. Perché la guarigione non ha bisogno di testimoni. E succede una cosa incredibile: il dolore si allenta. La rabbia si scioglie. L’amarezza perde presa. Il rancore se ne va.

E io divento solida. Presente. Intera. Così intera che nessun coltello riesce più a entrare.

Oggi, quando qualcuno mi ferisce, non reagisco subito. Mi fermo. Respiro. E mi faccio una domanda che non mente mai: “Perché fa così male?” Perché proprio lì?

La risposta arriva sempre. Dietro quello squarcio che pulsa c’è qualcosa di molto più antico. Una vecchia malattia dell’anima. Ed è lì che tutto cambia. La ferita smette di essere solo dolore e diventa una soglia. Guarisco me stessa. Cresco. Evolvo. Ecco cos’è, per me, il vero perdono. Non assolvere qualcuno. Ma continuare a camminare. Chi ci ha ferito farà la sua strada. Non è affar nostro. Noi, invece…noi ci rituffiamo nel fiume. E lasciamo che ci porti lontano.

E la rabbia? La rabbia non è il nemico. La rabbia è fuoco. È una forza che spinge, che scuote, che obbliga a muoversi. Che ti costringe a trovare una via prima che quel fuoco ti bruci viva. Questo non è subire. È l’opposto. È l’antidoto alla rassegnazione. Trasformazione.

E così, anno dopo anno, fase dopo fase della vita, ci ritroviamo a perdonare. I nostri genitori. Per non averci capito. Per non essere stati come li sognavamo. Un marito. Una moglie. Un compagno. Un’amica. Un insegnante. Un collega. A volte uno sconosciuto. A volte noi stessi. Ogni volta che perdoniamo succede una cosa semplice e immensa: si crea spazio.

E in quello spazio vuoto entra l’amore. Non quello che chiede. Non quello che pretende. Quello puro. Incondizionato. Vivo.

Una linfa che rimette in moto il cuore e ci sussurra piano che sì nonostante tutto anche tu meriti la pace.

Superflue e necessarie.


Parole misurate, calibrate, sussurrate, respirate, godute, sbattute in faccia, annebbiate, accolte, sognate, cristalline. Parole che avrei preferito non sentire, non dire, trattenere, cancellare. Parole d’amore, di dolore, di timidezza, di gioia, di liberazione. Ho sempre vissuto tra le parole e di parole. Ci sono parole davvero magiche. Ti penso, ti voglio bene, ti amo, ti ascolto, ti capisco ad esempio sono fra le espressioni più potenti che ci siano. Provate a dirle più spesso e osservate cosa accade.

Quando ero piccola mi sembrava di essere dotata di antenne invisibili, capaci di farmi sentire in anticipo quale effetto avrebbero avuto le parole pronunciate dagli altri. Ho capito molto presto che esistono infiniti modi di dire le cose, che ci sono termini che spalancano finestre e altri che aprono voragini, e ho trasformato questo mio modo di captare le frequenze intorno a me nel mio superpotere.

Ho sempre scritto, anche perché la mia iperemotività a volte mi impediva di esprimermi con chiarezza. Scrivendo abbassavo il volume e tutto fluiva.

Negli ultimi anni, grazie alla mia famiglia, ho imparato che esistono anche parole superflue. Che a volte è meglio agire. E che certi silenzi raccontano davvero più di mille frasi.

Prima di Natale abbiamo accompagnato mio figlio a una partita di calcio e hanno vinto. Tornando a casa, in macchina, ha detto:
«Sono molto fiero di me».

Io, immediatamente, da mamma sempre alla ricerca di occasioni per rinforzare la sua fragile autostima, ho iniziato a dirgli che sì, doveva essere fiero, che non doveva abbattersi mai… bla bla bla.

Pietro mi ha interrotto e, con affetto, mi ha detto:
«Mamma, volevo solo dire che sono fiero di me. Non è che ora devi iniziare a dirmi tutte queste cose».

In pratica, ha trovato un modo molto delicato per dirmi che in quel momento voleva solo essere ascoltato.

Il troppo, a volte, toglie aria.
Un po’ come riempire un armadio finché non ci entra più niente.

Quando era piccola, mia figlia un giorno mi ha detto:
«Quando fai questi discorsi io giro la manopola che c’è nel mio cervello per spegnerlo».

Un altro modo molto creativo per dirmi la stessa cosa.

A volte le parole sono superflue. Basta esserci e ascoltare.

Altre volte, però, sono potenti scudi che ci proteggono dalle avversità.

Sempre poco tempo fa mio figlio mi ha raccontato che un giorno, a scuola, stava discutendo con alcuni bambini più grandi e, a un certo punto, si è difeso dicendo:
«Io sono un gioiello».

Gli altri bambini hanno risposto:
«E chi lo dice?»

E lui:
«Lo dice la mia mamma». È vero. Sei un gioiello, amore mio, e io non smetterò mai di dirtelo.
Ma oggi sono felice di aver imparato che esistono momenti in cui bisogna tacere e semplicemente lasciar scorrere la vita perché tanto puoi dire quello che vuoi ma ci porterà comunque dove deve. E so con certezza che l’amore, solo quello, non è mai troppo.