Piccola Meditazione del sole.

Questo è un viaggio per grandi e piccini ma soprattutto per i piccini.

Per quei momenti in cui il cielo è grigio e sentiamo il bisogno di riaccendere il sole.

Ci sono giorni in cui ci sentiamo un po’ scarichi. Come foglioline al vento.

Sbattuti un po’ di qua e un po’ di là. Ci sentiamo la testa dentro una nuvola. 

Non abbiamo voglia di fare niente. Vorremmo stare sotto le coperte. Nasconderci sotto una montagna di pupazzi. 

In quei momenti, quando il sole non c’è noi abbiamo il potere di farlo tornare. 

Con l’immaginazione noi possiamo farlo brillare dentro di noi. 

Seguite la mia voce. Vi guiderò in un viaggio bellissimo verso il sole. 

Per prima cosa sediamoci oppure distendiamoci per terra. 

Chiudiamo gli occhi. Ascoltiamo il nostro respiro. 

L’aria fresca entra dal naso ed esce tiepida come l’aria dell’estate. 

Appoggiamo le mani sulla pancia mentre respiriamo. 

L’aria entra fresca ed esce tiepida. 

La pancia si gonfia come un palloncino e poi si sgonfia. 

Respiriamo ancora e teniamo gli occhi chiusi. Ascoltiamoci. 

Ora immaginiamo di vedere comparire davanti a noi una nuvola. 

È soffice, bianca come panna montata. Che forma ha? È a forma di poltrona? O di barchetta? Immaginate la vostra nuvoletta. 

Quando avrà preso forma immaginate di salirci sopra. È morbida, è comodissima. 

Siete saliti? Bene. Ora la nuvoletta dolcemente si solleva da terra. Piano piano inizia a salire. Vedete la vostra casa dall’alto. I palazzi della vostra città. I tetti si allontanano e si fanno sempre più piccoli. Gli alberi diventano puntini verdi. Saliamo sempre più su. Ci allontaniamo dalla terra. La vediamo ora rotonda e colorata e noi saliamo sempre più sù verso il sole. Siamo arrivati. Eccolo lì il sole. Caldo e luminoso. La nuvoletta si ferma. 

Adesso, allunghiamo le nostre braccia verso la luce e sempre con gli occhi chiusi sentiamo tutto il calore del sole, la sua luce, i suoi raggi. Immaginiamo che tutto quel calore e quella luce entrino nelle nostre mani. 

Ora Appoggiamo le nostre mani piene di sole sul nostro cuore. Sentiamo il nostro corpo illuminarsi. Il calore è come quello di un abbraccio. Avete presente l’estate? Le vacanze, i giochi, il mare, il caldo. Portiamo l’estate dentro di noi. Nella testa, nelle orecchie, nel collo. Poi nelle spalle, nelle braccia, nel petto. Tutto si riscalda. Iluminiamo poi la nostra pancia, le gambe e i piedi. 

Adesso siamo pieni di sole. 

Prepariamoci per salutarlo. Ringraziamolo per tutta questa luce. Ciao sole, grazie.

La nostra nuvoletta comincia a scendere. Piano, piano, con calma ci riporta verso la nostra terra. Vediamo i tetti delle case farsi sempre più vicini. Gli alberi con le loro foglie verdi e i rami che si allungano verso il cielo, le macchine per le strade che si muovono veloci. Vediamo casa nostra e ci entriamo dentro. La nuvoletta ci ha riportati al punto di partenza. Scendiamo e la salutiamo. Con la mano, con un bacio, come vogliamo. Ascoltiamo ancora per un attimo il nostro respiro. L’aria fresca che entra e quella tiepida che esce. 

Poi, quando ci sentiamo pronti apriamo di nuovo gli occhi.

Il nostro viaggio è finito.

Ricordatevi che la nuvoletta è sempre pronta a portarvi verso il sole. Ogni volta che avrete voglia di un po’ di luce. Quando siete stanchi, magari un po’ arrabbiati o tristi e non sapete nemmeno perché. Con il potere dell’immaginazione noi possiamo accendere il sole nel nostro cuore.

QUI TROVATE PODCAST DELLA MEDITAZIONE.

Pesciolino e il primo respiro.

C’era una volta un pesciolino piccolo piccolo. Piccolo come un seme, anzi come un granello di sabbia.

Questo pesciolino era così piccolo che potevi solo immaginarlo.

Era un pensiero luminoso. Rubato all’universo da un grande amore.

Pesciolino nuotava. E lo sentiva tutto quell’amore lì. Era un respiro del cuore. 

Un abbraccio tiepido intorno a lui. Un mare calmo, una luce gentile. Un battito cullava il suo sonno e non lo faceva mai sentire solo. 

Ogni tanto quel mare diventava all’improvviso più caldo. E una voce bellissima lo attraversava creando dolcissime onde. E danzava, danzava. Chiudeva gli occhi e si muoveva. Si fidava di quello che sentiva. Lì dove si trovava non esisteva lo sguardo del mondo e lui non conosceva un altro modo di esistere. Sapeva ascoltarsi e ascoltare. Lì, in quel sentire, c’erano tutte le risposte.

Certi ricordi non sono fatti di parole ma solo di sensazioni. Quello che sentiamo rimane parte di noi. Come una seconda pelle invisibile agli occhi che ci proteggerà per sempre. 

I giorni passavano e pesciolino cresceva. Il mare intorno a lui però era sempre lo stesso e col tempo lui iniziò a sentirsi un po’ stretto. Non aveva più tutto quello spazio per rotolare e girare su se stesso e una forza irresistibile aveva iniziato a spingerlo a testa in giù. 

All’inizio era divertente. Uno, due, tre capriola! Poi un giorno non riuscì più a tornare su. Rimase bloccato così con la testolina verso il basso e iniziò a sentirsi un po’ scomodo. 

Accadde poi che un giorno il mare iniziò a incresparsi. Quella forza potente e sconosciuta iniziò a scuoterlo, schiacciarlo, spingerlo. 

Pesciolino non ebbe il tempo di avere paura.

Uno squarcio di luce, una discesa ripida e poi il freddo. Un freddo che gli tolse il fiato. Non avrebbe mai più avuto così freddo in tutta la sua vita come in quel momento.

Tornò subito dopo il respiro. Un respiro nuovo. Un respiro di aria fresca. Un pieno e un vuoto, il ritmo degli alberi e della terra, una cantilena “in questo respiro tu esisti, in questo respiro tu esisti, in questo respiro, tu esisti”.  

E poi lo ritrovò. L’abbraccio caldo che l’aveva cullato per mesi.

Una lacrima rimase lì. Appesa come un frutto maturo ad un angolino del suo occhio. Era una lacrima di nostalgia. Una nostalgia che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita ricordandogli, sotto la prima pelle che tutto cambia ma la salvezza, quella resta per sempre. Non avrebbe mai più ritrovato intorno a lui quel mare calmo. Ma l’avrebbe portato dentro. Nei battiti del suo cuore.

Due braccia lo presero. Pelle contro pelle. Cuore contro cuore. Era così bello ritrovarsi che faceva quasi male. Un bacio asciugò la lacrima come a volersi riprendere quel mare da cui tutto ha origine. 

La Nostalgia resta per sempre. Fa parte del viaggio. È il ricordo di un amore senza condizioni che non è fatto di parole ma di atomi di luce.

Ad ogni bambino e ad ogni mamma. Alla nostalgia del principio e al mare sicuro. Al distacco senza il quale non potremmo esistere. All’amore senza il quale non potremmo esistere.

Al respiro della terra e al ricordo, del respiro del cuore.

Podcast disponibile qui.

Little Sunny Tales / Parte 2 / Lo sgabuzzino dei segreti.

Nena e Nina condividevano la stessa cameretta. I loro letti erano prati fioriti, ricoperti di edera e non ti scordar di me. Sulle mensole, dall’alto, vegliava su di loro una famiglia di pupazzi colorati e un cielo di stelle fosforescenti. Il momento più bello dei loro giochi era la sera. La mamma dava loro la buonanotte e poi se ne andava chiudendo la porta. Nena e Nina aspettavano qualche minuto silenziose facendo finta di dormire e, una volta sicure di essere rimaste sole, iniziavano a giocare. Erano giochi luminosi, rubati al giorno che sta per finire. Attimi segreti che appartenevano soltanto a loro. In quei momenti non litigavano mai. Complici e libere di essere bambine sotto un cielo di stelle finte.

C’era il lancio dell’ippopotamo. Partite a pallavolo in piedi sul letto e un pelouche usato come palla. Schiacciate, bagher, salti e capriole che immancabilmente finivano con una rovinosa frana di oggetti dalle mensole sulle loro teste.

C’era il gioco della catapulta. Nena si metteva distesa per terra con le ginocchia al petto e Nina si sedeva sui suoi piedi. Uno due tre viaaaaa! Nena stendeva le gambe e Nina volava dritta verso il termosifone. E ridevano, ridevano fino alle lacrime ogni volta che Nina atterrava sulla moquette. Il gioco più bello però era la missione sgabuzzino. Accanto alla loro camera c’era una stanzetta piccola piccola con un grande armadio pieno di tesori. Lì venivano nascosti regali, stoffe, vecchie scarpe, vestiti della mamma che non metteva più. C’era anche una scatola che Nena amava particolarmente. Aghi, spilli, fili colorati, bottoni grandi e piccoli. Nena toccava tutto con le sue piccole dita. Tuffava la mani in mezzo a quei minuscoli oggetti come se fossero caramelle. Poi chiudeva la scatola e finita la missione esplorativa finalmente andavano a dormire. 

Gli anni passavano. Le bimbe crescevano. 

“Nina?”

“Dimmi Nena”.

“Io vorrei una camera tutta per me… quasi quasi vado nello sgabuzzino.”

“Sei sicura? Nello sgabuzzino?”.

Iniziarono così i lavori. L’armadio sparì insieme ai suoi tesori. La stanzetta si trasformò nella nuova camera di Nena. Un piccolo mondo tutto suo dove diventare grande. Nina rimase l’unica inquilina della camera dei giochi. Non si sentiva sola perché sua sorella era ad un passo da lei. Semplicemente iniziavano a compiere i passi che le avrebbero rese le adulte che sono. Ognuna con il proprio spazio, unite da un filo invisibile e separate da un muro parlante. Quello dell’ex sgabuzzino segreto. 

Passarono gli anni e lo sgabuzzino e la scatola dei tesori rimasero dei semplici ricordi. 

Possono gli oggetti parlarci? E le pareti in cui cresciamo raccontarci una storia? Le persone possono continuare a vivere negli spazi dove hanno vissuto, creato, sognato?  

Un’estate, Nena e Nina ormai grandi si ritrovarono nella casa al mare con la loro mamma. Uno di quei rari preziosi momenti tra donne. Quando le cicale smettono di cantare, i bambini dormono e le donne si mettono in cerchio a parlare di loro.

“Sapevate che la stanza dove è cresciuta Nena prima che voi nasceste era lo studio dove la Nonna cuciva?”. Disse la mamma.

“Quale Nonna”. Chiese Nina.

“La nonna di Caracas!”. Rispose la mamma.

Ed ecco che come per magia, all’improvviso le quattro pareti dello stanzino si allargarono. Rividero i pesci tropicali e il sole di Caracas. L’insegna su un negozio, la nonna e il suo cucito, un via vai di gente che lei sapeva rendere felice e meravigliosa con i suoi abiti. Una nonna che anche nel suo non esserci più era sempre presente con il suo ricordo sparpagliato e confuso. Una nonna mai conosciuta ma sempre al loro fianco. 

“Nena oggi cuci anche tu”. Disse Nina.

Nena sorrise emozionata.

Senza dirselo, sapevano di aver fatto una scoperta straordinaria.

I luoghi avevano una memoria e loro erano riuscite a risvegliarla.

PODCAST DELL’ESPISODIO DISPONIBILE QUI https://anchor.fm/anna-ponti

Per il bimbo che sei.

Non sono giorni semplici. Pietro e le sue prevedibili fatiche causate dall’inizio delle elementari hanno tolto sonno e serenità. È il classico periodo in cui tutti intorno ti sembrano a loro agio e tu non sai da che parte iniziare per mettere a posto le cose. Tutto in ordine niente a posto come dice mia sorella. Che attività fa tuo figlio? Sa già leggere? Sa già scrivere? Ho imparato con l’esperienza quanto sia importante fare silenzio intorno a noi quando si tratta dei nostri bambini. Ho capito che non esiste un “giusto o sbagliato” in assoluto ma un “giusto e sbagliato per lui perché lui è un individuo e in quanto tale è unico e ha esigenze che magari non corrispondono a quelle degli altri". Per questo ho scelto, mentre tutti intorno rincorrono le iscrizioni alle mille attività extrascolastiche di far fare a Pietro un bel nulla. Tempo a pieno a scuola, un cuoricino sensibile e pieno di confusione e di emozioni che non sa dove mettere. La paura di non saper fare o il voler fare troppo. Silenzio. In quei momenti noi abbiamo imparato che niente come  la natura, le mani nella terra, il rumore dell’acqua, la caccia agli insetti riescono a calmare Pietro. Quando in lui c’è troppo rumore ha bisogno di essere portato da un’altra parte. Cambiare situazione. Ieri siamo tornati a casa dopo un’ora di giochi agitati e sempre un po’ sull’orlo della tragedia con i compagni e Pietro ha voluto fare il bagnetto. Ha sempre adorato fare il bagnetto e ci sono stati periodi in cui glielo facevo ogni giorno. Ieri è rimasto nell’acqua calda per un’ora intera. Gli ho lasciato tutto il tempo che voleva invece di farmi prendere dalla solita fretta. Mentre io preparavo la cena, Vitto si rilassava guardando un cartone, lui è rimasto lì. Ogni tanto andavo a guardarlo, il viso rilassato e felice, gli occhi chiusi e le orecchie sotto l’acqua come a voler ritrovare un contatto con il suo cuore. Quando è finalmente uscito dalla vasca sembrava un altro. Ci siamo seduti a tavola e incredibilmente mi ha detto “che bello stare qui a parlare” invece di correre subito via dopo mezzo piatto di pasta. Stamattina mi sono svegliata meno preoccupata e più fiduciosa. Ho fiducia in te bimbo mio e stai sereno. Attraversiamo i cambiamenti, come dici tu “impariamo sbagliando” ma soprattutto ricordiamoci che andiamo bene così come siamo e che più ascoltiamo il nostro cuore più riusciremo a sentirci bene e a stare bene con gli altri. Scusa per tutte le volte in cui mi sono fatta influenzare e in cui presa dalla preoccupazione ho detto e fatto esattamente il contrario di ciò che avrei voluto. Cercherò di ascoltare sempre di più la mamma che sono e il bimbo che sei. Ti prometto che crederò di più in me e con l’esempio spero che tu possa fare lo stesso. 

Littles Sunny Tales. Capitolo 1.

Nella vita niente è per caso. Il percorso di ognuno di noi è ricco di segnali, orme che ci raccontano da dove veniamo e chi siamo. Un giorno sono andata a trovare mia sorella nel suo laboratorio di abiti per bambini. Eravamo sedute una davanti all’altra e parlando di noi ci siamo rese conto di come la vita intera sia sempre stata cosparsa di segnali che ci indicavano una direzione. In quel momento è nata l’idea di raccogliere questi segnali e di scriverne una storia. È nato questo progetto a puntate, tanti piccoli racconti di due sorelle, due paesi, una nonna speciale e una memoria fatta da tanti preziosi dettagli.

Spero possa portare grandi e piccini a credere sempre nei propri sogni.

Le illustrazioni sono di Roberto Blefari – Hikimi. Questo blog è nato con lui e sono felice di ritrovare il suo modo unico di leggere le mie storie.

Il mondo creato da mia sorella è quello di Paquita Littles Sunny Clothes e la potete trovare qui: https://www.instagram.com/paquita_littlesunnyclothes/

Il Filo Ritrovato.

Questa storia racconta di due sorelle Nena e Nina, nate a distanza di 24 mesi una dall’altra. La più grande era una rosa d’inverno ma aveva il sole caldo negli occhi. La seconda era un fiore di primavera con lo sguardo di rugiada. Entrambe avevano viaggiato piccole piccole su un aereo molto grande, in alto in alto nel cielo, per raggiungere con mamma e papà Caracas, la capitale del Venezuela. Quando sei piccolo tutto sembra grande. Fiori grandi, strade grandi, un sole grande e un cielo immenso. Quel cielo del Sudamerica per loro era infinito. Quel tempo lì invece durò poco. I ricordi sono impressi nelle vecchie fotografie. Due album, foderati di stoffa, uno rosso e uno rosa, consumati a forza di riguardarli. Un copridivano a fiorellini, una bambola tenuta dai capelli a testa in giù, una terrazza illuminata, mamma Ola, la loro seconda mamma Colombiana con i capelli ricci ricci fitti e neri, la Ciccia, la bevanda bianca, spumosa dolcissima a base di riso, un triciclo e poi pagine bianche. Tante pagine bianche come se ad un certo punto, all’improvviso i ricordi avessero smesso di essere trattenuti. 

Ma se in una storia salta un pezzo come fai a capirla tutta?

Ritornano soltanto dopo un po’, le foto. 

Dai colori dei tropici all’arancione dell’autunno torinese. 

Le stesse bimbe da quel momento si ritrovarono sotto un meraviglioso acero che ogni autunno si incendiava di colori che scaldavano il cuore. Ogni anno una foto.

Le braccia si allungavano, le gambe anche, gli sguardi invece erano quelli di sempre.

I ricordi di quegli anni sapevano di erba sotto i piedi. L’odore della pioggia, la gara di lumache, il rumore dei tergicristalli della macchina della Nonna, i pattini in cortile, le palle di neve. Tanta neve, tantissima neve, tanta da chiudere le scuole. Quando al telegiornale la sera annunciavano la chiusura delle scuole in casa i festeggiamenti duravano ore. Nena e Nina andavano a dormire emozionate pregustando il risveglio immerse in un paesaggio incantato. Mentre la neve, lì, era più alta di loro del Sudamerica rimaneva solo una carta da parati in cucina. 

Quattro pareti ricoperte di fiori, farfalle e uccelli colorati.

Lì Nena e Nina passavano ore a sbattere l’uovo con lo zucchero, a fare gli agnolotti con papà a scrivere messaggi segreti che venivano nascosti e mai più ritrovati. Amavano quella cucina. Quell’angolo di Caracas nell’umido inverno Piemontese.

Le due sorelle crescevano insieme. Diverse come il sole e la luna eppure sempre dalla stessa parte. La sera, quando la mamma  la porta di camera loro dopo il bacio della buonanotte, iniziava il loro mondo segreto. Il gioco della catapulta, le partite a pallavolo fatte con i peluche, le risate, le stelle luminose e poi i sogni una accanto all’altra, unite da un filo indistruttibile. 

I ricordi non sono solo fili di perle di nostalgia. 

Sono orme che ci riportano alla nostra essenza.

Mappe capaci di raccontarci chi siamo. 

E si sa, la vita a volte ti rimescola come una centrifuga a tal punto che non sai più dove hai le mani e dove sono i piedi. In uno di quei momenti, Nena e Nina ormai grandi si ritrovarono chinate a terra.

“Nena? Che fai chinata lì?”.

“Sto cercando una cosa e tu?”

“Anche io…”.

Cercavano il capo del filo della loro storia. 

“Eccolo! Urlò all’improvviso Nena.

Prese subito un ago tra le dita e, come faceva la loro nonna iniziò a cucire.

“Esprimi un desiderio”, disse Nina  che credeva sempre nelle magie.

“Voglio creare abiti. Abiti per bambini. Desidero che possano indossare la gioia del Venezuela, i profumi dell’autunno, i colori dell’estate e anche quelli dell’inverno. Voglio che siano comodi nei loro panni, veri. E sentirsi belli e liberi. Ti ricordi i vestitini con il colletto di velluto che dovevamo mettere noi da piccole? Io non ci respiravo lì dentro!”.

“Certo che mi ricordo!” Disse la più piccola prendendo una penna. 

E si mise a scrivere. Solo scrivendo Nina riusciva a fare ordine quando le emozioni la travolgevano. 

In quel momento presero una decisione: avrebbero ricostruito una storia che aveva perso per strada tantissimi pezzettini. 

La loro storia. Non sapevano bene ancora dove questa ricerca le avrebbe portate.

Una cosa però era certa, in quella storia era nascosta la chiave per realizzare tutti i loro sogni più grandi. L’avrebbero trovata e l’avrebbero fatto insieme. Unite dal loro filo invisibile.

Trovate il mondo, la visione, l’ispirazione di mia sorella nelle creazioni per bambini di Paquita Littles Sunny Tales:

https://paquita.store

L’estate fa.

Tic tic tic, bum bum bum, dleng dlegn dlegn, tu sei suono, il suono del tuo “esisto sono qui mi senti?”. Tu sei un sorriso che è una finestra aperta sul mondo, sui tuoi desideri, sulla tua sensibilità. “Un balcone mamma, non una finestra”. È vero. Un balcone, il tuo balcone da cui spiccare il volo. Swish, crash, smack, frr, le velocità della tua testolina, monti, smonti, vuoi vedere come sono fatte le cose, i pan di stelle rotti col cucchiaio la mattina, torri di pan di stelle, pan di stelle per tutta la vita mamma! E poi i baci i baci che ci dai che a volte ti prendi e a volte no, ora no che schifo. Un cielo terso, leggero, trasporta risate e poi all’improvviso un tuono che squarcia un po’ tutto intorno per poi placarsi in un abbraccio, in un sonno che ripara, in una certezza: quella di essere amato, completamente amato. Arrrrrrrr la tigre che ringhia. Non troppo però perché è una tigre cucciola che cerca sempre riparo tra le gambe di mamma e papà. “Mamma ti ricordi quando ero piccolo?”. Eri. Sì eri. Non sei più un cucciolo sei un bimbo pronto ad iniziare una nuova fase di vita. Splash il tuffo. Il tuffo del mio cuore che ti vede crescere. I tuoi tuffi bomba e poi pronti via ora delicati come farfalle. Tu sei il 21 giugno, il primo giorno d’estate. Sei la nostra estate. Con la sua luce, la sua leggerezza e tutti quei lampi improvvisi che illuminano le notti più buie. Tanti auguri bimbo nostro. Bimbo amato in tutte le tue rumorose sfumature. 

DIARIO DI UNA QUARANTENA.

Ultimo weekend prima della riapertura delle scuole a gennaio. Siamo seduti a cena e facciamo programmi per il weekend bevendo un bicchiere di vino rosso. Ho passato il pomeriggio sulle giostre con Pietro. Come risposta ad un selfie sul Brucomela Lorenzo, famoso per le sue intuizioni, mi scrive “magari compra due tamponi rapidi in farmacia”. In effetti ho male alle braccia. Forse non respiro nemmeno troppo bene. Mi sto suggestionando? Tornando a casa decido di fermarmi in farmacia, compro il tampone e uscendo dal parcheggio non vedo una macchina e la tampono. Avrei dovuto capirlo. Era un segno. Ho tamponato la macchina per comprare due tamponi. Ed ora eccoci qui. Abbiamo mangiato, abbiamo bevuto e compilato il cid e decidiamo di farci questo benedetto tampone. La sera dopo dovremmo andare a cena da amici meglio essere tranquilli. Fisso la provetta in attesa di vedere comparire le linee. Una linea. Due linee. Positiva. Tutti negativi tranne me. 

Mi autoconfino nella parte alta di casa. Mi sento Rampunzel nella torre mi manca solo la treccia da calare in cambio della cena. Per consolarmi mi installo Netflix sul computer e mi abbandono ai deliri della febbre. La mia vacanza in resort, isolata senza dover fare niente se non guardare il diavolo che mi pare dura 48 ore. Dopo 48 ore Lori inizia a stare male, anzi male male e io sono costretta a scendere dalla torre per prendermi cura dei bimbi. Trasformo camera loro in un accampamento e facciamo finta di essere in vacanza da qualche parte generando disordine e delirio come solo io so fare. Grazie al cielo c’è l’area Covid Free. Quello spazio che suddivide casa nostra da quella della nostra famiglia allargata che ci prepara con amore gnocchi alla romana e torte come se non ci fosse un domani. Passa il tempo. Eh sì il tempo passa per tutti. Arriviamo all’ultimo giorno prima della libertà. C’è un sole meraviglioso. Siamo già tutti negativi. Manca solo il tampone in farmacia il giorno dopo. “Bambini usciamo. Camminiamo fino alla Colletta, non ci avviciniamo a nessuno, facciamo merenda seduti per terra sul prato e torniamo a casa”. Partiamo. I bambini camminano per 2 km senza un lamento. Raggiungiamo la Colletta. Il prato è pieno di cacche di pecora (o di mucca? sembrano cacche di mucca) ma dopo dieci giorni chiusi in casa mi sembra bello come il Gran Paradiso. 

“Mamma ma qui è pieno di cacche”. 

“Dai Pietro non fare lo schizzinoso, siamo nella natura, siamo liberi è tutto meraviglioso”.

Ci sediamo per terra a mangiare paninetti tra una cacca e un’altra e poi ci spostiamo per andare a giocare in mezzo agli alberi. Siamo felici. Liberi e felici e pieni di… fango?

Il sole cala. È ora di andare ma i bambini ora sono stanchi come faccio a farli camminare altri 2 km per tornare fino a casa?

In quel momento vedo l’entrata del cimitero monumentale e ho una delle mie brillanti idee.

“Bimbi passiamo dal cimitero per tornare così lo vedete?”. La mia proposta viene accolta con entusiasmo. Sono proprio figli miei. 

Entriamo nel cimitero. Non c’è anima viva. Pietro inizia a guardare le piccole fotografie che lui chiama quadretti dicendo: “Questa è morta. Questa anche. Quest’altro… anche”.

Passeggiamo tranquilli riflettendo sulla vita e sulla morte mentre il tramonto illumina gli angeli di marmo del cimitero creando un’atmosfera surreale. Che pace.

In quel momento sento in lontananza il suono di una campanella. Insistente e continuo. La campanella suona da almeno 5 minuti come mai? Solo in quel momento mi chiedo: “perché non c’è nessuno? Starà mica chiudendo il cimitero?” Eccola lì. La fulminante presa di consapevolezza. 

“Bambini correte!!!!! Dobbiamo raggiungere l’uscita prima che chiuda!!!!”.

I bambini corrono in mezzo alle tombe. Vorrebbero fermarsi ad ammirare gli angeli liberty, i fiori, gli alberi e i chilometri di porticati, cercare la tomba di Silvio Pellico continuando a farmi domande sulla vita ma io invece li trascino correndo. Questo cimitero è immenso ma dove diavolo è l’uscita? Finalmente raggiungiamo i cancelli di Corso Novara. 

Vitto che ci vede bene al contrario di me urla:

“Mamma guarda che il cancello è chiuso!”. 

E in effetti è proprio così. Il cancello è chiuso. È l’ultimo giorno di quarantena, sono le 17.30, il sole è quasi tramontato e io sono chiusa dentro al cimitero con i miei figli e il cane. Sì c’è anche il cane. 

Pietro inizia a piangere “Mammaaaa io non voglio dormire al cimiterooooo!”. 

Vediamo un signore. Anche lui come noi è rimasto chiuso dentro e parla con la moglie che lo aspetta dall’altra parte del cancello. Fossi in loro mi porrei delle domande.

La signora è sul piede di guerra: “Ora chiamo i vigili per farci aprire”.

Panico. Sono ufficialmente ancora in quarantena fino a domani e sono chiusa dentro al cimitero con i miei figli e il cane. “Signora nooooooooooo”.

Mi guardano stupiti poi decidono di provare a chiamare il numero delle emergenze scritto su un cartellino vicino all’uscita accompagnato da un grande SOS. 

“Bimbi tranquilli in qualche modo torneremo a casa sicuramente non dormiremo qui tra una tomba e l’altra.”

Forse potrei iniziare ad insegnargli la canzone era una notte di pioggia a catinelle andavo in giro senza le bretelle quando ad un tratto vidi un cimitero com’era buio com’era nero.

Pietro ride piangendo. Vitto è divertita, come sempre lei prende tutto bene: “Che bello mamma! Facciamo il pigiama party”.

“Il pigiama morty Vitto.”

Al numero delle emergenze non risponde nessuno e la signora prende il telefono pronta a chiamare il vigile. È la fine. Questa è la fine. Mando un messaggio a Lori per avvisarlo “Siamo chiusi dentro al cimitero. È la fine.” 

In quel momento. Quando già mi sembra di sentire la sirena dei vigili, mentre mi immagino la loro reazione ascoltando il mio racconto “ho portato i bambini a fare merenda in mezzo alle cacche perché avevano bisogno di vitamina D e ci siamo persi dentro al cimitero” finalmente, animato da una forza divina, il cancello, si apre. 

Il vecchio signore guarda i bambini amorevolmente “questa sì che è stata una bella avventura eh piccini?”. 

Divina Signore. Divina.

Rimarrà una memorabile uscita dal Covid e dal cimitero Monumentale.

Ringrazio il cielo per avermi aperto i cancelli.

E così sia.

Tutti i fatti narrati potrebbero essere puro frutto della mia immaginazione.

Senza chiedere nulla.

“L’acero è l’archetipo dell’albero come antenna per gli impulsi provenienti dalle sfere più elevate. Ci aiuta a vedere chiaro e, allo stesso tempo, armonizza i nostri pensieri.”

L’acero è  per me una fotografia dei cambiamenti. Di ciò che si disperde e di quello che resta. Siamo io e mia sorella in braccio a mia mamma incorniciate dal rosso fuoco delle foglie in autunno. Io e mia sorella che cresciamo, ci allunghiamo come rami verso l’alto, lasciandoci abbracciare dal colore delle stagioni. Il nostro punto fermo. Casa. Famiglia. Radici nel fiume del tempo che passa. Radici contorte che, a volte, non si sa bene dove affondino ma che ci appartengono più di quanto siamo disposti ad accettare. Ricordo in quelle fotografie il mio sguardo che cambia immerso in quel paesaggio sempre uguale. Il mio cercare in quel profumo di foglie bagnate e di pioggia e terra qualche risposta alle mie domande troppo grandi per una bambina così piccola. Oggi c’è una nuova casa. Una nuova famiglia. Una nuova me che mette radici. Un inizio che è un punto di incontro tra il passato e il futuro. Tra i luoghi da cui provengo e i mondi dove vorrei tanto arrivare. E c’è anche lui. L’acero. L’albero di una vita. In questa foto c’è tutto ciò che voglio dare e di cui ho bisogno. Il senso di dove sono oggi e delle persone con cui ho scelto di continuare a crescere.

“Le nostre foglie si aprono verso l’esterno, vogliamo dare amore, dare quello che è la nostra essenza di alberi e vogliamo darlo senza chiedere nulla, perché è nella nostra natura dare. Ci sono uomini che danno per natura e se questo avviene non per un condizionamento, ma per generosità senza bisogno di riconoscimento allora è un movimento che va diretto dal cuore verso l’esterno e non si perde nulla, perché il cuore riceve sia dal basso che dall’alto. In questa circolazione d’energia d’amore, c’è il segreto della nostra essenza Ogni essere vivente se si lascia nutrire da ciò che lo circonda può dare all’infinito perché è l’infinito quello che lo nutre.”

È possibile.

Il tuo cielo mi doveva una stella. Quella che non mi ha dato l’anno scorso. Avrebbe dovuto proteggermi dalle notti più buie. Me la sono presa quest’anno. Una stella tutta per me con una scia lunghissima. Ho espresso un desiderio per noi. La tua spiaggia mi doveva una speranza. Quella di poter essere ancora felici. L’ho raccolta racchiusa in un opercolo, un occhio di Santa Lucia. I desideri hanno potere? I pensieri possono cambiare la realtà? Questa tenda mi doveva il calore. Di abbracci stretti in cui guarire dalla paura di perdersi ancora. Io a te, luogo mio, dovevo l’abbandono. La mia presenza senza fughe. I miei sorrisi e gli occhi chiusi sotto il sole. Ti ho offerto tutta la mia anima e in cambio ti ho chiesto di rigenerarla. Ho lasciato che il tuo vento spazzasse via dolore dalla pelle. Forse per questo c’è stato vento forte quasi ogni giorno. Ho permesso al tuo mare di restituirmi il mio sguardo, ho lasciato che le tue rocce roventi mi bruciassero i piedi per cancellare via i passi falsi. Siamo partiti in una notte illuminata da fuochi d’artificio e abbiamo pensato che lì, noi, siamo ancora possibili.

Come conchiglie sulla sabbia.

Sono come conchiglia. Travolta dalle onde, accarezzata, persa, dimenticata. Il mare dentro, granelli di sabbia che mi proteggono dai raggi del sole. Sono qui, nella spiaggia di sempre, nel posto di una vita. Impronte di nonne, di madri, di figlie e di nipoti. Impronte che si confondono una nell’altra. Percorsi da seguire o da cambiare per sempre. Guardo l’orizzonte come se mi guardassi dentro. Mi faccio conchiglia e lascio che ogni onda porti via qualcosa con sé. Un momento di panico, un batticuore, un errore, una parola mancata, una di troppo, notti in bianco, sonni perduti, ferite scavate come buche le cui pareti franano ad ogni sguardo. Famiglia. Insieme raccogliamo vetrini colorati per rimettere insieme i pezzi. In ogni colore cerchiamo un destino differente. Il tuo qual è? Hai paura di restare e di lottare per la felicità? No. In ogni forma cerchiamo un sorriso e se poi arriva un cuore blu ce lo teniamo stretto. Giri di giostra. Come giri sulla vita. I bambini hanno occhi che brillano, piedi che frullano, mani che aiutano. Ci prendiamo cura di noi. Mio figlio parla nel sonno, mi cerca ridendo e io rimango seduta in piena notte a guardarlo felice, di essere stata un sogno felice.