Lo sai… una delle cose più potenti che abbia mai incontrato nella vita? Il perdono.
Ci ho messo anni. Anni veri. Per capire che cosa fosse davvero. Per strapparlo via dal senso di colpa, dalla paura di sbagliare, da quell’idea che qualcuno, là in alto, stia sempre a giudicarci, in attesa che ci inginocchiamo e chiediamo grazia. Poi, a un certo punto ho capito. Il perdono non si chiede. Non si concede. Il perdono accade. Dentro. In silenzio. Tra me e me.
Perché quando qualcuno ci ferisce, quando il colpo arriva dritto, preciso, non è solo per quello che ha fatto. Fa così male perché trova una porta aperta. Una parete sottile. Una crepa antica. E lì succede qualcosa di difficile da accettare: quella ferita è anche responsabilità nostra. Non colpa. Responsabilità.
Io l’ho imparato col tempo. Ho imparato che se torno indietro, se scendo fino alle radici delle mie ferite, se me ne prendo cura divento meno fragile. Meno esposta. E allora sì, allora posso perdonare. Senza dire niente. Senza spiegare. Senza doverlo comunicare a nessuno. Perché la guarigione non ha bisogno di testimoni. E succede una cosa incredibile: il dolore si allenta. La rabbia si scioglie. L’amarezza perde presa. Il rancore se ne va.
E io divento solida. Presente. Intera. Così intera che nessun coltello riesce più a entrare.
Oggi, quando qualcuno mi ferisce, non reagisco subito. Mi fermo. Respiro. E mi faccio una domanda che non mente mai: “Perché fa così male?” Perché proprio lì?
La risposta arriva sempre. Dietro quello squarcio che pulsa c’è qualcosa di molto più antico. Una vecchia malattia dell’anima. Ed è lì che tutto cambia. La ferita smette di essere solo dolore e diventa una soglia. Guarisco me stessa. Cresco. Evolvo. Ecco cos’è, per me, il vero perdono. Non assolvere qualcuno. Ma continuare a camminare. Chi ci ha ferito farà la sua strada. Non è affar nostro. Noi, invece…noi ci rituffiamo nel fiume. E lasciamo che ci porti lontano.
E la rabbia? La rabbia non è il nemico. La rabbia è fuoco. È una forza che spinge, che scuote, che obbliga a muoversi. Che ti costringe a trovare una via prima che quel fuoco ti bruci viva. Questo non è subire. È l’opposto. È l’antidoto alla rassegnazione. Trasformazione.
E così, anno dopo anno, fase dopo fase della vita, ci ritroviamo a perdonare. I nostri genitori. Per non averci capito. Per non essere stati come li sognavamo. Un marito. Una moglie. Un compagno. Un’amica. Un insegnante. Un collega. A volte uno sconosciuto. A volte noi stessi. Ogni volta che perdoniamo succede una cosa semplice e immensa: si crea spazio.
E in quello spazio vuoto entra l’amore. Non quello che chiede. Non quello che pretende. Quello puro. Incondizionato. Vivo.
Una linfa che rimette in moto il cuore e ci sussurra piano che sì nonostante tutto anche tu meriti la pace.

