Farti galoppare un cavallino piccolo piccolo sulla fronte. Cantare la stessa canzone ogni giorno fino ad averne la nausea “Cucù Hibou Cucù Hibou Cucù!”. Tenerti in braccio mentre papà ti bacia tutta. Sbattere per dieci minuti una maglietta prima di stenderla. Chiamare in maniera ossessiva le gatte per nome “NINIII POTTEEE NINIII POTTEEE NINIIII POTTEEE”. Farti annusare tutti i fiori. Farti i grattini sotto il mento con due mani con tutte le dita. Nascondermi sotto un lenzuolino e ricomparire all’improvviso. Inseguirti gattonando fino a farmi venire le ginocchia viola. Farti planare Raffa la giraffa sulla testa. Soffiarti sulla faccia. Farti il solletico sotto le ascelle e le pernacchie sulla pancia. Sciogliermi i capelli e trasformarmi in Axl Rose. Fare tutto questo e poi ricominciare da capo. Solo per farti ridere.

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Due passi con Gegia.
Ho letto una notizia fantastica. La storia di un uomo che ogni giorno va a spasso con la sua tartaruga. E ho pensato che sarebbe bellissimo. Andare piano piano per aspettarla. Godersi la vita. Lasciare il tempo scorrere senza trattenerlo, senza rincorrerlo. Parlerei di tutto. Mi innamorerei, forse, per un’oretta e poi anche basta. “Ciao noi andiamo un po’ più in là”. Imparerei ad avere pazienza. Solo per lei. Per non lasciarla sola. Mi divertirei un sacco. A bloccare il traffico, regolarlo. Per farla attraversare. Guarderei le ombre spostarsi con il sole. Dichiarerei tutte le ore con voce altisonante “Sono le 12 e tutto va bene!”. Prenderei molti caffè. Accetterei un fiore. Respirerei un pezzo di focaccia e alla fine non resisterei “Un trancio di quella lì con i pomodorini e le olive”. Mi farei leggere da un giornalaio una bella notizia. La presenterei, con orgoglio, a tutti: “Si chiama Gegia. È la mia tartaruga.” Andrei al cinema, mentre lei percorre il suo isolato con calma. Ricomincerei a fare yoga. Con il mio tappetino, io concentrata sul mio respiro e Gegia sui suoi passi. Leggerei un libro seduta su una panchina. E verso sera la aspetterei al tavolino di un bar, bevendo uno spritz, spettegolando un po’, immaginandoci un futuro felice come questo presente.
Asia.
Si era arrampicata sul punto più alto della città.
Ci aveva messo 30 giorni, 3400 piccoli passi, 130 pause caffè, 46 gatti incrociati per strada, 56 cani guardati con timore, 1 storta ad un piede, 1000 persone salutate, 4 abbracciate, 1 baciata. Ora finalmente era lì. Circondata da aiuole di tulipani guardava la città ai suoi piedi. Il tramonto incendiava la punta degli alberi e un vento tiepido le accarezzava i pensieri. Era tutto così bello e si sentiva così viva che quasi faceva un po’ male. Fu così che il sole lasciò il posto alla notte e Asia iniziò a sospirare. E ad ogni sospiro una luce da qualche parte si accendeva. Una dopo l’altra tutte le finestre delle case, gli androni delle chiese, le hall degli alberghi, le vetrine dei bar si illuminarono disegnando un paesaggio incantato. In quel momento Asia capì che la felicità era tutta lì. In quella notte perfetta e nei 3400 piccoli passi compiuti per arrivarci.


