La bici di Francesca.

Di Anna Ponti. Illustrazioni di Alice Lia.

C’era una volta in cima ad un monte di pietra una grande casa bianca tutta spigoli. All’ultimo piano abitava Francesca. Francesca aveva dei bellissimi capelli ribelli e lunghi, legati sempre stretti stretti in uno chignon.

 

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Così sei più ordinata. 

Non usciva quasi mai perché sua mamma, che aveva paura di tutto anche della propria ombra, temeva che fuori lei potesse farsi male. La loro unica uscita settimanale, era quella del mercoledì mattina per andare al mercato nel paese in fondo alla valle.

Tieni la mia mano e non lasciarla per nessun motivo.

Francesca, con la mano strizzata in quella di sua madre, guardava i prati ricoperti di fiori e sognava di poterci affondare la faccia in mezzo. Sognava di distendersi e di scomparire in quel mare colorato. Di chiudere gli occhi e di ascoltare il rumore del vento. Di guardare il cielo e di sfiorare le nuvole con le dita. Sognava di sciogliersi i capelli e di riempirli di papaveri rossi.

Un giorno, al mercato, appoggiata ad un muro, Francesca vide per la prima volta una bicicletta. Era verde, scintillante, era la cosa più bella che lei avesse mai visto.

Mamma che cos’è?

È una bicicletta tesoro.

Ne vorrei tanto una.

Ma sei matta? È pericolosissima!

Ma Francesca da quel giorno non riuscì a smettere di pensarci. Dall’ultimo piano della casa sul monte immaginava di pedalare, pedalare fino a non poterne più. Fermarsi a riposare accanto ad un fiume e poi svegliarsi e ripartire. Ogni giorno una nuova meta. Ogni giorno una nuova corsa. In sella alla sua bici fino all’altro capo del mondo.

Una notte Francesca dormiva serena nella sua cameretta quando un rumore improvviso la svegliò.

Raggiunto il terrazzo, vide una macchia scura per terra. Era una meravigliosa civetta che era andata a sbattere contro un vetro. Francesca avvicinò il suo viso alle piume soffici e si accorse che era ancora viva. La prese tra le braccia e la portò in casa. Si prese cura di lei per una settimana. Portandole acqua, cibo e accarezzandola con amore. Finché finalmente la civetta, una notte riaprì gli occhi e cominciò a parlare.

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Grazie per esserti presa cura di me. Per sdebitarmi vorrei realizzare un tuo desiderio. Dimmi. Cosa sogni più di ogni altra cosa?

Francesca non ebbe dubbi.

Io voglio una bicicletta.

E allora la avrai.

La civetta aprì le sue grandi ali e volò via scomparendo fra gli alberi.

La mattina dopo Francesca si svegliò all’alba. Una strana aria tiepida la venne a cercare in camera sua sussurrandole di alzarsi. Seguendo quel dolce filo di vento, un passo dopo l’altro, in punta dei piedi, attraversò tutta la casa fino al portone d’ingresso che, lentamente, spinto da una forza intensa come un desiderio, si spalancò. Francesca rimase senza parole. Appoggiata ad un cavalletto, lucida e splendente, c’era una bicicletta. Era gialla come il grano e aveva un meraviglioso cestino di paglia pieno di papaveri rossi. Francesca se ne mise uno fra i capelli, chiuse gli occhi e respirò a fondo.

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Poi con il cuore colmo di felicità e di paura, salì sulla sella e iniziò a pedalare. Prima piano poi sempre più veloce per sfrecciare incontro al suo destino di donna libera con i suoi lunghi capelli sospesi nel vento.

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