Piccola Meditazione del sole.

Questo è un viaggio per grandi e piccini ma soprattutto per i piccini.

Per quei momenti in cui il cielo è grigio e sentiamo il bisogno di riaccendere il sole.

Ci sono giorni in cui ci sentiamo un po’ scarichi. Come foglioline al vento.

Sbattuti un po’ di qua e un po’ di là. Ci sentiamo la testa dentro una nuvola. 

Non abbiamo voglia di fare niente. Vorremmo stare sotto le coperte. Nasconderci sotto una montagna di pupazzi. 

In quei momenti, quando il sole non c’è noi abbiamo il potere di farlo tornare. 

Con l’immaginazione noi possiamo farlo brillare dentro di noi. 

Seguite la mia voce. Vi guiderò in un viaggio bellissimo verso il sole. 

Per prima cosa sediamoci oppure distendiamoci per terra. 

Chiudiamo gli occhi. Ascoltiamo il nostro respiro. 

L’aria fresca entra dal naso ed esce tiepida come l’aria dell’estate. 

Appoggiamo le mani sulla pancia mentre respiriamo. 

L’aria entra fresca ed esce tiepida. 

La pancia si gonfia come un palloncino e poi si sgonfia. 

Respiriamo ancora e teniamo gli occhi chiusi. Ascoltiamoci. 

Ora immaginiamo di vedere comparire davanti a noi una nuvola. 

È soffice, bianca come panna montata. Che forma ha? È a forma di poltrona? O di barchetta? Immaginate la vostra nuvoletta. 

Quando avrà preso forma immaginate di salirci sopra. È morbida, è comodissima. 

Siete saliti? Bene. Ora la nuvoletta dolcemente si solleva da terra. Piano piano inizia a salire. Vedete la vostra casa dall’alto. I palazzi della vostra città. I tetti si allontanano e si fanno sempre più piccoli. Gli alberi diventano puntini verdi. Saliamo sempre più su. Ci allontaniamo dalla terra. La vediamo ora rotonda e colorata e noi saliamo sempre più sù verso il sole. Siamo arrivati. Eccolo lì il sole. Caldo e luminoso. La nuvoletta si ferma. 

Adesso, allunghiamo le nostre braccia verso la luce e sempre con gli occhi chiusi sentiamo tutto il calore del sole, la sua luce, i suoi raggi. Immaginiamo che tutto quel calore e quella luce entrino nelle nostre mani. 

Ora Appoggiamo le nostre mani piene di sole sul nostro cuore. Sentiamo il nostro corpo illuminarsi. Il calore è come quello di un abbraccio. Avete presente l’estate? Le vacanze, i giochi, il mare, il caldo. Portiamo l’estate dentro di noi. Nella testa, nelle orecchie, nel collo. Poi nelle spalle, nelle braccia, nel petto. Tutto si riscalda. Iluminiamo poi la nostra pancia, le gambe e i piedi. 

Adesso siamo pieni di sole. 

Prepariamoci per salutarlo. Ringraziamolo per tutta questa luce. Ciao sole, grazie.

La nostra nuvoletta comincia a scendere. Piano, piano, con calma ci riporta verso la nostra terra. Vediamo i tetti delle case farsi sempre più vicini. Gli alberi con le loro foglie verdi e i rami che si allungano verso il cielo, le macchine per le strade che si muovono veloci. Vediamo casa nostra e ci entriamo dentro. La nuvoletta ci ha riportati al punto di partenza. Scendiamo e la salutiamo. Con la mano, con un bacio, come vogliamo. Ascoltiamo ancora per un attimo il nostro respiro. L’aria fresca che entra e quella tiepida che esce. 

Poi, quando ci sentiamo pronti apriamo di nuovo gli occhi.

Il nostro viaggio è finito.

Ricordatevi che la nuvoletta è sempre pronta a portarvi verso il sole. Ogni volta che avrete voglia di un po’ di luce. Quando siete stanchi, magari un po’ arrabbiati o tristi e non sapete nemmeno perché. Con il potere dell’immaginazione noi possiamo accendere il sole nel nostro cuore.

QUI TROVATE PODCAST DELLA MEDITAZIONE.

Pesciolino e il primo respiro.

C’era una volta un pesciolino piccolo piccolo. Piccolo come un seme, anzi come un granello di sabbia.

Questo pesciolino era così piccolo che potevi solo immaginarlo.

Era un pensiero luminoso. Rubato all’universo da un grande amore.

Pesciolino nuotava. E lo sentiva tutto quell’amore lì. Era un respiro del cuore. 

Un abbraccio tiepido intorno a lui. Un mare calmo, una luce gentile. Un battito cullava il suo sonno e non lo faceva mai sentire solo. 

Ogni tanto quel mare diventava all’improvviso più caldo. E una voce bellissima lo attraversava creando dolcissime onde. E danzava, danzava. Chiudeva gli occhi e si muoveva. Si fidava di quello che sentiva. Lì dove si trovava non esisteva lo sguardo del mondo e lui non conosceva un altro modo di esistere. Sapeva ascoltarsi e ascoltare. Lì, in quel sentire, c’erano tutte le risposte.

Certi ricordi non sono fatti di parole ma solo di sensazioni. Quello che sentiamo rimane parte di noi. Come una seconda pelle invisibile agli occhi che ci proteggerà per sempre. 

I giorni passavano e pesciolino cresceva. Il mare intorno a lui però era sempre lo stesso e col tempo lui iniziò a sentirsi un po’ stretto. Non aveva più tutto quello spazio per rotolare e girare su se stesso e una forza irresistibile aveva iniziato a spingerlo a testa in giù. 

All’inizio era divertente. Uno, due, tre capriola! Poi un giorno non riuscì più a tornare su. Rimase bloccato così con la testolina verso il basso e iniziò a sentirsi un po’ scomodo. 

Accadde poi che un giorno il mare iniziò a incresparsi. Quella forza potente e sconosciuta iniziò a scuoterlo, schiacciarlo, spingerlo. 

Pesciolino non ebbe il tempo di avere paura.

Uno squarcio di luce, una discesa ripida e poi il freddo. Un freddo che gli tolse il fiato. Non avrebbe mai più avuto così freddo in tutta la sua vita come in quel momento.

Tornò subito dopo il respiro. Un respiro nuovo. Un respiro di aria fresca. Un pieno e un vuoto, il ritmo degli alberi e della terra, una cantilena “in questo respiro tu esisti, in questo respiro tu esisti, in questo respiro, tu esisti”.  

E poi lo ritrovò. L’abbraccio caldo che l’aveva cullato per mesi.

Una lacrima rimase lì. Appesa come un frutto maturo ad un angolino del suo occhio. Era una lacrima di nostalgia. Una nostalgia che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita ricordandogli, sotto la prima pelle che tutto cambia ma la salvezza, quella resta per sempre. Non avrebbe mai più ritrovato intorno a lui quel mare calmo. Ma l’avrebbe portato dentro. Nei battiti del suo cuore.

Due braccia lo presero. Pelle contro pelle. Cuore contro cuore. Era così bello ritrovarsi che faceva quasi male. Un bacio asciugò la lacrima come a volersi riprendere quel mare da cui tutto ha origine. 

La Nostalgia resta per sempre. Fa parte del viaggio. È il ricordo di un amore senza condizioni che non è fatto di parole ma di atomi di luce.

Ad ogni bambino e ad ogni mamma. Alla nostalgia del principio e al mare sicuro. Al distacco senza il quale non potremmo esistere. All’amore senza il quale non potremmo esistere.

Al respiro della terra e al ricordo, del respiro del cuore.

Podcast disponibile qui.

Little Sunny Tales / Parte 2 / Lo sgabuzzino dei segreti.

Nena e Nina condividevano la stessa cameretta. I loro letti erano prati fioriti, ricoperti di edera e non ti scordar di me. Sulle mensole, dall’alto, vegliava su di loro una famiglia di pupazzi colorati e un cielo di stelle fosforescenti. Il momento più bello dei loro giochi era la sera. La mamma dava loro la buonanotte e poi se ne andava chiudendo la porta. Nena e Nina aspettavano qualche minuto silenziose facendo finta di dormire e, una volta sicure di essere rimaste sole, iniziavano a giocare. Erano giochi luminosi, rubati al giorno che sta per finire. Attimi segreti che appartenevano soltanto a loro. In quei momenti non litigavano mai. Complici e libere di essere bambine sotto un cielo di stelle finte.

C’era il lancio dell’ippopotamo. Partite a pallavolo in piedi sul letto e un pelouche usato come palla. Schiacciate, bagher, salti e capriole che immancabilmente finivano con una rovinosa frana di oggetti dalle mensole sulle loro teste.

C’era il gioco della catapulta. Nena si metteva distesa per terra con le ginocchia al petto e Nina si sedeva sui suoi piedi. Uno due tre viaaaaa! Nena stendeva le gambe e Nina volava dritta verso il termosifone. E ridevano, ridevano fino alle lacrime ogni volta che Nina atterrava sulla moquette. Il gioco più bello però era la missione sgabuzzino. Accanto alla loro camera c’era una stanzetta piccola piccola con un grande armadio pieno di tesori. Lì venivano nascosti regali, stoffe, vecchie scarpe, vestiti della mamma che non metteva più. C’era anche una scatola che Nena amava particolarmente. Aghi, spilli, fili colorati, bottoni grandi e piccoli. Nena toccava tutto con le sue piccole dita. Tuffava la mani in mezzo a quei minuscoli oggetti come se fossero caramelle. Poi chiudeva la scatola e finita la missione esplorativa finalmente andavano a dormire. 

Gli anni passavano. Le bimbe crescevano. 

“Nina?”

“Dimmi Nena”.

“Io vorrei una camera tutta per me… quasi quasi vado nello sgabuzzino.”

“Sei sicura? Nello sgabuzzino?”.

Iniziarono così i lavori. L’armadio sparì insieme ai suoi tesori. La stanzetta si trasformò nella nuova camera di Nena. Un piccolo mondo tutto suo dove diventare grande. Nina rimase l’unica inquilina della camera dei giochi. Non si sentiva sola perché sua sorella era ad un passo da lei. Semplicemente iniziavano a compiere i passi che le avrebbero rese le adulte che sono. Ognuna con il proprio spazio, unite da un filo invisibile e separate da un muro parlante. Quello dell’ex sgabuzzino segreto. 

Passarono gli anni e lo sgabuzzino e la scatola dei tesori rimasero dei semplici ricordi. 

Possono gli oggetti parlarci? E le pareti in cui cresciamo raccontarci una storia? Le persone possono continuare a vivere negli spazi dove hanno vissuto, creato, sognato?  

Un’estate, Nena e Nina ormai grandi si ritrovarono nella casa al mare con la loro mamma. Uno di quei rari preziosi momenti tra donne. Quando le cicale smettono di cantare, i bambini dormono e le donne si mettono in cerchio a parlare di loro.

“Sapevate che la stanza dove è cresciuta Nena prima che voi nasceste era lo studio dove la Nonna cuciva?”. Disse la mamma.

“Quale Nonna”. Chiese Nina.

“La nonna di Caracas!”. Rispose la mamma.

Ed ecco che come per magia, all’improvviso le quattro pareti dello stanzino si allargarono. Rividero i pesci tropicali e il sole di Caracas. L’insegna su un negozio, la nonna e il suo cucito, un via vai di gente che lei sapeva rendere felice e meravigliosa con i suoi abiti. Una nonna che anche nel suo non esserci più era sempre presente con il suo ricordo sparpagliato e confuso. Una nonna mai conosciuta ma sempre al loro fianco. 

“Nena oggi cuci anche tu”. Disse Nina.

Nena sorrise emozionata.

Senza dirselo, sapevano di aver fatto una scoperta straordinaria.

I luoghi avevano una memoria e loro erano riuscite a risvegliarla.

PODCAST DELL’ESPISODIO DISPONIBILE QUI https://anchor.fm/anna-ponti