Avevo scritto una settimana fa e poi non ho pubblicato. E non pubblicherò perché in una sola settimana ancora tutto è cambiato. Io sono cambiata. Oggi per la prima volta mi sono resa conto di come abbiamo affrontato fino ad oggi tutto questo come guerrieri. Non ci siamo guardati indietro e non guardiamo avanti. Lavoriamo, perché dobbiamo farlo, proteggiamo i bambini il più possibile perché dobbiamo farlo, stiamo a casa il più possibile perché dobbiamo farlo. Si chiama sopravvivenza. Necessità. Non mi ero mai fermata a ragionare o meglio, a sentire l’immensa portata di ciò che stiamo attraversando. Ho cercato di vedere solo il bello e di tenere lontanissimo il brutto. Non mi ero soprattutto mai fermata a ragionare sul mondo che abbiamo all’improvviso, da un giorno all’altro messo da parte. Fino ad oggi. Questo pomeriggio ho portato fuori il cane e Pietro mi ha accompagnata. Abbiamo fatto la breve strada che separa casa nostra dalla Dora. La stessa strada che tutti i giorni facevamo con i bambini per andare a scuola. Arrivati al Ponte Einaudi Pietro mi ha detto “Mamma io vado di qua”. Lui stava andando a scuola. Era pronto ad attraversare e a percorrere la strada che l’ha sempre condotto verso la sue certezze. Era la prima volta che usciva di casa dopo settimane. Io gli ho risposto “No Pietro, non andiamo di là. Facciamo il giro del ponte con il cane e torniamo subito a casa”. L’ho detto però con le lacrime agli occhi. In quel momento, in quel bivio, mi si è palesata all’improvviso tutta la libertà alla quale abbiamo rinunciato. Tutta la vita che stiamo tenendo in sospeso. E non me ne ero resa conto, così a fondo fino ad oggi. Ho affrontato tutto andando semplicemente avanti. Facendo tutto il possibile per non perdere tutto. Lavoro, famiglia. Lavoro, famiglia. Tutto in pochi isolati dai quali non mi allontano ormai da settimane. Oggi lo sguardo di Pietro oltre quel confine che ci siamo posti mi ha sbattuto in faccia la portata di ciò che stiamo vivendo. Mi è mancato il fiato. Tutto si gioca in questi giorni sulle distanze. Dalle persone. Dalla nostra quotidianità. Distanze dilatate dai nostri parenti e amici. Dai nostri uffici. Distanze ridotte a zero di movimento, respiro, convivenza. E mai come oggi mi è arrivato dritto chiaro al cuore come nulla tornerà come prima. Ora riconosco il valore che avrà il giorno in cui, mano nella mano, io e i mei bambini ripercorreremo l’incrocio che dalla Dora ci porterà verso la nostra libertà. E c’è questo fiume che oggi scandisce il mio perimetro. La mia rete di salvezza e allo stesso tempo di clausura. In questo fiume oggi io lascio andare la mia libertà così come trattengo invece la mia fiducia nell’umanità e nel fatto che da tutto ciò, quando ne saremo usciti, sapremmo trarre grandi insegnamenti. Che queste barriere invisibili non diventino eterne ma che al contrario possano rappresentare la trama necessaria per una nuova forma di libertà e vicinanza. Fatta di priorità e consapevolezza. Pietro, ti prometto che tornerai dai tuoi compagni e che vi abbraccerete senza paura. Tornerai nel cuore delle tue amate maestre. Ti prometto che il giorno in cui potremo di nuovo attraversare quell’incrocio lo faremo correndo e cantando di gioia. Nel frattempo, tra alti e bassi, con i nervi tesi, io cercherò di fare di ogni spiraglio di vento, una finestra verso il futuro. E l’unico modo per farlo è non guardare indietro e nemmeno un passo avanti. Qui e ora. Momenti indimenticabili alcuni tristi, altri intrisi di vita, inevitabilmente ancorati al presente. Qui e ora. Necessariamente, finalmente. Che io possa ricordare questo per sempre e non perdere mai più il valore immenso di ogni attimo vissuto. 
Quando soffia il vento.
“Non credo nel Fato. Credo che abbiamo una scelta: che il vento si possa placare, che l’Uomo Nero si possa ingannare e che si possano addirittura sopire le Anime Belle”. Joanne Harris – Le scarpe rosse.
Nell’ultimo mese un inaspettato vento caldo si è alzato forte. 28 gradi a febbraio. Dovevamo aspettarcelo il cambiamento, perché il vento non si risveglia mai per caso. Il vento è caos che tutto travolge, solleva, sbatte, picchia, strappa, per poi placarsi all’improvviso, lasciando nel mondo un nuovo ordine. Ed eccolo qui il caos. Portato da un Uomo Nero invisibile che ci chiude in casa e ci stravolge la vita. Nono sono i numeri, non sono i dati a farci davvero paura. È il caos a paralizzarci perché nulla concede e tutto pretende. Eccoci qui, obbligati ad abbandonare vecchi schemi, una routine all’interno della quale ci sentivamo al sicuro, attività per pensare sempre di più al nostro e del resto che ci importava. Eccoci qui. Le mie scelte ora sono le tue. Le mie azioni sono per tutti. Ogni passo ha una conseguenza, anzi due visto il fattore RO. Oggi correvo lungo la mia Dora. Erano le 9 del mattino e a quell’ora il sole brilla tra le foglie e l’aria sa di terra bagnata. E c’è questo fiume che scorre e i pensieri che ristagnano vengono trascinati via. Un passo dopo l’altro. In quei momenti io spazzo via le mie nuvole. Proprio mentre correvo ho ripensato a questo libro letto tantissimi anni fa. Le scarpe Rosse di Joanne Harris. Un libro che parla di vento, di caos e di cambiamento. E ho pensato che oggi se ne sta andando per noi nel vento del caos tutto ciò che non era importante. Oggi c’è un tempo dilatato fatto di poco, a volte di niente eppure così pieno di tutto. Lo sguardo si è spostato. Stiamo guardando dentro. In casa, nella testa, nel nostro battito cardiaco “cosa provo? Come mi sento?”, in famiglia. Non ci lasciamo andare. Siamo isolati eppure non siamo mai stati così vicini. Ci prendiamo cura gli uni degli altri, stando per conto nostro. Ci mandiamo pensieri, ci mandiamo coraggio. I minuti si riempiono di domande che passano dal “cosa facciamo in casa oggi?” al “cosa faremo di noi?”. A galla è salito l’amore e ci sono anche le litigate ma di quelle che servono. Di quelle che ti chiedono di capire o di ascoltare di più. E dentro di me c’è finalmente un mio nuovo spazio per esistere. Ci voleva il caos per ricordarmi chi sono?
Oggi mentre correvo ho visto un uomo seduto su una panchina da solo. Guardava il fiume scorrergli davanti. Mi sono chiesta quali pensieri stesse lasciando andare via e mi sono chiesta se l’ordine nuovo dentro di lui, fosse bello come quello che si sta creando dentro di me. Non so come andrà. Non so come ci organizzeremo. Ma so che abbiamo deciso di cambiare. E il primo passo verso questo cambiamento è fatto di rinunce che più che amare, vi dirò a me sanno tanto di vita.
“Quel vento. Lo sento soffiare adesso. Furtivo ma imperioso, ha dettato
ogni mossa che abbiamo fatto. Anche mia madre lo sentiva come lo sento
io, perfino qui, perfino adesso, mentre ci spazza come foglie in questo
angolino e ci fa danzare fino a ridurci a brandelli sul selciato.
V’là l’bon vent, v’là l’joli vent…
Pensavo che l’avessimo messo a tacere per sempre. Ma anche il minimo fatto può risvegliare il vento: una parola, un segno. Anche una morte. Non
esiste nulla di irrilevante. Tutto ha un prezzo: tutto si somma finché il
bilancio si modifica e ce ne siamo andate di nuovo, di nuovo in cammino,
a dirci: la prossima volta, forse…”

A tutte le bambine (ribelli o no).
Ci sono bambine ribelli, altre che invece accettano col sorriso le regole. Stanno entrambe rispettando la loro natura e sono preziose tutte e due perché sono vere. Crescendo impareranno che a volte stare nelle regole è utile e che ogni tanto uscirne aiuta a sconfiggere i mostri. Ci sono bambine con i pantaloni che amano spiderman. Altre invece che adorano smalti glitter e bacchette magiche. Potranno diventare amiche perché entrambe hanno negli occhi il sole di chi fa ciò che ama. Ci sono bambine che sognano di volare altissimo, altre che preferiscono il misterioso profondo del mare. Tutte e due vogliono andare sempre un po’ più in là, vedere cosa c’è oltre il limite e forse, un giorno, si lanceranno segnali da un capo all’altro dell’universo. Ci sono bambine che dicono scusa e altre che dicono forti grazie. Diversamente capaci di amare loro stesse e gli altri. Ci sono bambine che adorano le fragole altre che hanno sempre le fregole. Sorridono se non si sentono sbagliate. Alle bambine che non vivono di stereotipi e nemmeno di contro stereotipi, che non indossano abiti stretti e rendono ogni giorno unica la propria vita. Bambine amate a cui nessuno chiede loro di essere diverse. A loro io dico fate vostro e migliore questo mondo. A mia figlia che è una ribelle con l’abito da principessa io dico grazie per avermi ricordato che se abbassi la testa, la corona cade. E tu sei nata per fare la regina.

DI TERRA ARIDA E TIC TIC DEL CUORE.
Cara pesciolina. Lo sai quando ti chiamo così sto parlando lassù, al nostro sé superiore che tutto sa e tutto comprende e spero, perdona. Non so quando sia successo esattamente. Ad un certo punto sono evaporata come una pozzanghera al sole. Mi sono fatta terra, tanta e in mancanza di pioggia mi sono indurita un po’. Ho iniziato a camminare impartendo ordini come un soldato. Tutti di qua! Tutti così! Tutti come dovete essere! Avevo nascosto le mie emozioni in fondo in fondo, come un pozzo difficile da raggiungere. Lentamente ho smesso di ascoltare i suoni che arrivavano da laggiù.
Il tic tic del cuore, le parole d’amore.
E così facendo ho smesso di ascoltare anche te. E non capivo tutto il tuo battere i piedi. Il tuo dire “mamma ascoltami!” travestito da “non la voglio più questa mamma!”.
C’è una magia sai pesciolina? Di quelle che piacciono tanto a noi. Dice così. Mi dispiace, ti prego perdonami, grazie, ti amo.
Mi dispiace di aver smesso per un attimo di essere la terra su cui mettere le radici. Di aver cercato in te margherite quando rose meravigliose cercavano acqua per sbocciare.
Ti prego perdonami per averti ferita. Per aver pensato che tu dovessi essere invece di darti forza per essere.
Grazie per avermi ricordato chi sono e per avermi riportato, pur soffrendo un po’, nel mio cuore.
Ti amo così come sei, infinitamente. Per me sei e sarai sempre perfetta così come sei.
Che la magia ci renda di nuovo leggere. Che ti faccia sentire tutto il mio amore. Che insieme possiamo di nuovo correre a conquistare il mondo e a fregarcene di più di chi ci chiede di essere senza vedere chi siamo.

LA STANZA DELLE ABITUDINI FELICI.
Nella nostra mente, in mezzo alle scadenze, alle paranoie, ai brutti ricordi, all’ansia, ai sensi di colpa e a tutte quelle orrende cose lì, c’è una stanza che racchiude i piccoli momenti di non trascurabile felicità. In questi ultimi anni, nonostante tutto, nonostante i dispetti della vita, la mia camera dei ricordi felici si è riempita di scatoloni. Pensavo in questi giorni al piacere che sono in grado di provocarmi certe abitudini. Nelle mie giornate faticose e variabili ho creato inconsapevolmente delle costanti che mi danno pace. Ho deciso di mettere anche questo nella stanza dei sorrisi. E per fissarmi bene in testa questi istanti non banali ho deciso di elencarli tutti. Di essere consapevole delle mie piccole fortune quotidiane e di smetterla di lamentarmi sempre. Si tratta di azioni che si ripetono come rituali. Ogni giorno, sempre uguali, rassicuranti nel loro essere sempre così. Piccoli porti in cui attraccare e, riposare.
MOMENTO N°1. Quando do a Pietro il biberon pieno di latte. Perché il sole non è ancora sorto e siamo soli io e lui. Perché nella camera c’è solo un filo di luce. Lo prendo in braccio e mi siedo sulla poltrona e lui si abbandona su di me. Tutti i giorni gli bacio la testolina e poi la annuso cercando di fare mio per sempre quel profumo.
MOMENTO N°2. Quando Vittoria si sveglia ed è tutta arruffata e tutta calda calda come una boule e morbida morbida come un antistress. Cammina barcollando e viene ad abbracciarmi e io affondo in lei, nei suoi capelli e nelle sue braccia e la tengo lì. Finché non arriva Pietro a reclamare la sua dose.
MOMENTO N° 3. La colazione al bar con Vittoria. Quando lei finalmente si rilassa dopo le lotte per vestirsi e per uscire. Ogni giorno va a sedersi allo stesso tavolo. E il barista mi porta il solito americano. E io prendo il solito paninetto per lei. E la guardo furbetta fare un mare di briciole e correre alla porta per vedere se arriva il pulmino.
MOMENTO N°4. La telefonata a mia sorella dopo aver lasciato Vittoria. Salgo in macchina e mentre vado in ufficio la chiamo. E le nostre telefonate sono sempre deliranti sfoghi, pianti, risate, racconti folcloristici delle nostre serate e dei nostri risvegli. E queste chiacchiere per me sono famiglia, vita e sorellanza e ogni volta metto giù e non mi sento più sola, mi sento capita e amata e mi sento grata.
MOMENTO N° 5. Quando accendo il computer e inizio a scrivere. In quell’istante il piacere e la pace si impossessano di me. Dal cuore poi passano alla testa e agli arti e nel tempo in cui riesco a concentrarmi io, scrivendo mi riposo.
MOMENTO N°6. Il caffè, sul divano con il biscotto dopo pranzo. Torno sempre a casa per pranzo. Perché mentre pranzo, sempre con una leggera ansia a farmi compagnia, imposto la cena. In un’ora mangio, cucino, riordino. E quando finisce questa maratona mi concedo una tazza di caffè con un biscotto. E in quel biscotto, io, ritrovo tutta la voglia di vivere.
MOMENTO N° 7. Quando rivedo i miei figli dopo l’asilo. Piccole, impercettibili esplosioni di gioia nel vederli corrermi incontro e abbracciarmi gridando “Mammaaaa”. E lo so che poi mi aspetteranno almeno due ore di capricci, litigate, urla, stress. Lo so che fra un attimo nulla sarà più sotto il mio controllo. Ma non mi importa io per quei momenti in cui li riabbraccio sono disposta a tutto. Quegli abbracci danno un senso a tutto.
MOMENTO N°8. La giornata sta per finire, il peggio è passato. I bambini finalmente dormono e si apre la porta di casa e torna Lorenzo. Ed eccola, un’altra esplosione impercettibile di gioia. Io ti guardo dal divano entrare con la tua faccia furba. Mentre non dici niente ma dici tutto. E corri in cucina a mangiare perché muori di fame e io ti raggiungo, mi siedo sull’isola, mi abbraccio le ginocchia e ci raccontiamo la nostra giornata. E penso che l’amore è questa cosa qui. Essere sempre così felice di rivederti e di raccontarti.
Sono questi i miei momenti felici. Gli appuntamenti immancabili che scandiscono le mie giornate. E sì, fra un momento felice e l’altro può succedere di tutto, ma finché ci sono queste parentesi, nessun giorno potrà mai essere davvero una merda.

Ribelli sì. Ma vestite di chiffon.
Sono stata una bambina e una ragazza molto “intellettuale”. Testa nei libri e pochi vezzi. Ho esplorato e vissuto poco, fino ad un certo punto della mia vita, la mia femminilità. Incombeva sulla mia testa un veto per tutto ciò che potesse essere colorato, sgargiante, frou frou, appariscente. Concessi il bon ton, la sobrietà, l’eleganza fatta di poco. Vietate le esplosioni di colore e di femminilità. Sono cresciuta sognando deserti e gonne ampie scosse dal vento e ho aspettato di diventare grande per indossarle senza paura. Più sicura di me stessa e della donna che voglio essere. Oggi si parla tanto, troppo, di un modello femminile che assomiglia più a un uomo che a una donna. Vestiamo le bambine da scienziate, da matematiche, da elfi del bosco dimenticandoci di quanto noi abbiamo sognato ali di fata per volare. Una donna deve sognare in grande. Vero. Ma deve anche sentirsi libera di indossare quella gonna di chiffon (o di non farlo). Quest’anno mia figlia ha voluto vestirsi da Gufetta dei Super Pigiamini. Poi, passato il carnevale, mi ha detto “Mamma però l’hanno prossimo posso vestirmi da principessa?”. Ma certo bimba mia. Vestiti pure da principessa. Fallo senza paura di essere giudicata. Fallo con leggerezza e con convinzione. Perché io non ti auguro di assomigliare a un uomo. Ti auguro di sentirti principessa in ogni cosa che vorrai fare. Una principessa medico con un tacco 12. Una principessa matematica con una gonna cangiante. Una principessa manager con la corona. E ti auguro di non abbassare mai la testa. Perché è quando abbassiamo la testa che la corona cade. Non quando ci vestiamo di rosa.

Leggende metropolitane.
A volte i vecchi si riuniscono per vedere l’alba dal Monte dei Cappuccini. Con i gomiti rinsecchiti, appoggiati sul muretto di mattoni, cercano il loro orizzonte. Come se di fronte a loro ci fosse il mare. Ma il mare non c’è e nemmeno l’oceano, c’è solo il Po con le sue correnti torbide e i murazzi che appena possono si nascondono un po’. E osservando il fiume i vecchi si illudono che niente sia cambiato. Per questo anche i loro discorsi sono sempre uguali. Il Grande Torino che disgrazia. Il caffè a 1 euro e 10 ma siamo matti. E fra tutti i discorsi ce n’è uno in particolare che i nostri vecchi amano tantissimo: l’incredibile leggenda dei Pesci Siluro. Si narra infatti che in fondo al Po vivano enormi pesci, grandi come squali e brutti, anzi bruttissimi e che alcuni pescatori abbiano perso braccia, gambe, dignità nel tentativo di pescarli. Non esistono prove a dimostrarne l’esistenza ma se provate a chiedere ai vecchietti sicuramente avranno un aneddoto da raccontarvi. C’è la storia di Pino ad esempio, pugliese trapiantato a Torino da generazioni. Dice di aver visto un pesce siluro che, emerso all’improvviso dalle acque una tiepida giornata di primavera, si sbranò un’intera famiglia di papere. La storia più incredibile però è quella di Luigi, famoso panettiere della Crocetta. Aveva 25 anni e si era innamorato. Si era innamorato perdutamente di Giuseppina. Giuseppina era bellissima. Una cascata di riccioli rossi, occhi verdi come le colline che circondano la città e un delizioso nasino alla francese. Giuseppina era anche molto minuta. No anzi era piccola piccola. A dire il vero Giuseppina era minuscola. Un giorno i due innamorati decisero di andare a fare una passeggiata sul profumato sentiero che costeggia il fiume. Era agosto e faceva molto caldo e ad un certo punto Giusy, come amava chiamarla Luigi, si sentì male e insieme decisero di fermarsi un attimo per riposarsi. Era una giornata meravigliosa e i due fidanzatini trovarono riparo dalla calura sotto un grande albero. Giuseppina decise di rinfrescarsi il viso, si avvicinò alla riva del fiume, si chinò e immerse le sue graziose manine nell’acqua. Luigi la osservava incantato. Era così piccola e delicata che sembrava un fiore appena nato.
“È il momento giusto”.
Il panettiere innamorato si mise una mano in tasca per controllare che l’anello fosse ancora lì. Lo strinse tra le dita come per accertarsi che fosse tutto vero e chiuse gli occhi per un istante mentre cercava le parole giuste e il coraggio per darglielo. Accadde tutto in un attimo. Luigi riaprì gli occhi e Giuseppina non c’era più. Solo l’acqua increspata e i segni dei suoi minuscoli piedi sull’erba. C’è chi dice che sia stato un pesce siluro. Il più grande che si sia mai visto. C’è chi dice invece che Luigi fosse un grande amante della grappa e che Giusy in realtà non sia mai esistita. Una cosa però è certa. Se andate a vedere l’alba dal Monte dei Cappuccini lo troverete lì, con le mani ancora sporche di farina, in attesa di vedere la sua minuscola amata riemergere come per incanto dal fiume.

Ti amo e non ti gestico.
Gennaio. Maestro di vita. Un vecchio saggio. Vecchio perché mi è parso infinito. I libri sono rimasti sul comodino. C’è stata la febbre, ci sono stati i mal di pancia. Tantissimi mal di pancia. E poi c’è stata la grande lezione. Mia figlia, tre anni e mezzo ha avuto un momento di difficoltà. Niente di grave. Un crollo delle difese che sta causando una catena infinita di influenze. Risultato: per la prima volta da quando è nata la vedo senza forze, inappetente, demotivata. Sono andata letteralmente in tilt. Le cose non vanno come vorrei e l’ansia mi ha frullato il cervello. Non Mangia! Dorme sempre! Non va alla materna! Dopo averci sbattuto la testa per giorni ho finalmente capito. Amare non significa gestire. Io questo mese ho perso l’equilibrio perché non ho potuto risolvere i problemi di mia figlia. Non li ho potuti gestire. E SCIAF. Che schiaffo in faccia! Che doccia fredda questo gennaio. Sono lucida come non lo ero da anni. Non posso proteggerla dalle difficoltà perché fanno parte della vita. E lo sapevo già ma un conto è dire e un conto è fare. E il 2018, l’abbiamo capito, è l’anno del fare. Per cui mi rimbocco le maniche. Respiro forte e formulo le mie promesse.
Ti lascerò scegliere il momento giusto.
Ti aiuterò se me lo chiedi altrimenti pensaci tu.
Ti aiuterò ad apparecchiare ma non ti apparecchierò più.
Aspetterò che tu mi chieda quello che ti piace.
Ti accoglierò, serena, se vorrai fare un passo indietro.
Non ti anticiperò più, ti lascerò il tempo di esprimerti.
Non ti dirò più sempre bravissima per farti capire che non ho aspettative.
Non ti sovrasterò più per il timore che la pioggia ti bagni.
Ti starò accanto nella tempesta.
Penserò di più a me stessa.
Ti amerò sempre, ma non ti gestirò più.

Le letture e le recensioni torneranno coloratissime, a carnevale.
Buon Natale in ritardo di 25 giorni.
Con un ritardo spaventoso pubblico le recensioni delle mie letture di Natale. Meglio tardi che mai? Non lo so. Diciamo che serviranno per il prossimo dicembre. L’anno è iniziato all’insegna dell’influenza. Tantissimi nuovi progetti che richiedono molte energie e le energie che a tradimento se ne vanno. Raggiungo il limite, la corda si spezza e mi prendo il tempo per ricucirla. I bambini sentono il mio calo, non se ne capacitano e la conseguenza è che mi si attaccano al collo come due palline di Natale che si rifiutano di andare in cantina. Per stemperare le tensioni in questi giorni l’unica medicina sono ancora una volta i libri. Nel culmine dei capricci, delle discussioni, dei mamma mamma, dei voglio voglio e dei mio mio, come un arbitro fermo il gioco e li metto in pausa. Tutti sul divano! A quel punto dopo aver asciugato un moccio e una lacrima li stringo a me. Uno da una parte e uno dall’altra. Prendo un libro e mi metto a leggere. Ed ecco che gli animi si placano, il tempo rallenta insieme al loro respiro. Sarà la mia voce mentre leggo, sarà il fatto di stare vicini, stretti insieme, saranno le storie che li distraggono dalle piccole difficoltà ma ritorna il sorriso, la calma, la serenità.
Un libro può, questo ed altro. Un augurio per il nuovo anno: ritrovare il tempo per leggere per noi stessi. Per ritrovare quel luogo perduto in cui risiede la nostra essenza.
RECENSIONI DI NATALE.
Ultimo incontro dell’anno. La conclusione di un piccolo percorso che mi ha regalato tante soddisfazioni. I bimbi urlavano “ancora ancora!” appena finivo di raccontare una storia. Il mio regalo di Natale più bello. Ed eravamo tutti rilassati e allegri. Mi sono lasciata trasportare dalla loro leggerezza e dalla voglia di lasciarsi sorprendere. Mi accorgo di essere cresciuta nel corso dei 4 incontri. Me lo dicono i bimbi che mi stanno intorno e mi salgono sulle gambe per ascoltare meglio. Me lo dico io che mi diverto sempre di più. I libri sono potentissimi. Ci tengono vicini. Ci aiutano a interpretare meglio la realtà e a capire che esistono tante possibilità. Che il mondo è largo, lungo, multiforme. Che non siamo tutti uguali e che siamo tutti giusti.
Papà decoriamo l’albero di Natale? Di Mireille d’Allancé.

Una storia sulle tradizioni. Sul piacere di preparare il Natale. Sulla voglia di crescere, di diventare autonomi e sui limiti contro i quali impariamo a scontrarci. Una storia che racconta il rapporto tra papà e figlio. Un piccolo orso che vuole fare, un papà che non lo lascia fare, concentrato sul risultato più che sul percorso. Un punto di incontro che li avvicina facendoli diventare una cosa sola. E insieme il Natale è più bello, più luminoso, come la stella che splende sulla cima di un albero.
Bastoncino di julia Donaldson e Axel Sheffler.

Un bastoncino viene portato via dal suo albero. Non un semplice bastoncino. L’egregio Signor Bastoncino. Marito e padre di famiglia che a causa di una catena di imprevedibili avventure si allontana inesorabilmente da casa. Una favola in rime che atterra su Babbo Natale. Una storia sulla magia del Natale capace di riavvicinare i cuori e annullare le distanze. Mentre leggevo i bambini mi guardavano con gli occhi grandi. Ipnotizzati dalle incredibili avventure di un protagonista un po’ sfortunato e dal suo grande riscatto finale.
La storia di Lupo che non amava il Natale di Orianne Lallemand e Éléonore Thuillier.

Cosa si nasconde dietro a un cuore cinico? Spesso una mancata festa. È quello che succede a Lupo che odia con tutto se stesso il Natale perché gli è sempre stato negato. Ma tutto cambia, il giorno in cui i suoi amici lo coinvolgono nella grande magia dei preparativi. Riuscirà Babbo Natale a conquistare il cuore di Lupo? Ai bambini la scoperta.
Gli incontri di lettura ricominceranno a febbraio. Sempre da Mipiacebio ma non solo. Da gennaio abbiamo un nuovo spazio, si chiama yogaroom108.it. Una stanza, un’associazione per permettere ad adulti e bambini di trovare un angolo di vita migliore.

Sto come mi pare.
L’ultimo incontro di letture si è svolto all’insegna della leggerezza. Sarà merito del Natale che si avvicina, sarà che è stato un periodo pesante, avevo bisogno di togliermi qualche pensiero di dosso e di esorcizzare tutto con qualche risata. Ho scelto i libri guidata da un desiderio: essere liberi di sentirci un po’ come ci pare. Vale tutto. Anche quelle emozioni un po’ scomode, un po’ fetide che ci rendono a volte mostri, ingenui o con il cervello “in pappa”.
PAPPAMOLLA di Stephanie Blake.
Il libro perfetto per mia figlia che a due anni si è vista arrivare un fratellino e si è ritrovata con la vita ribaltata. In questo lungo anno difficile (per lei, per me, per tutti) ho imparato che ridere è la migliore medicina per un bimbo geloso. Dare un nome diverso al fratellino lo trasforma da mostro in “creatura innocua in quanto divertente”. Non funziona sempre ma spesso. In questo libro coloratissimo e “umanissimo” arriva un piccolo coniglietto a turbare la serenità di suo fratello maggiore Simone. “Pappamolla”. Lo chiama così Simone questo bebè che proprio non se ne vuole tornare da dove è venuto. Questa parola “Pappamolla” ai bambini piace tantissimo. Mia figlia da quando l’abbiamo letto insieme gira per casa chiamando suo fratello Pappamolla e ride. E se ride lei ride anche lui e spero che come i due coniglietti del libro anche i miei arriveranno prima o poi a scoprire che insieme, la vita è più facile.

IL MOSTRO ROSA Olga De Dios e M. Amerighi.

Questo libro affronta il tema della diversità. Parla di quei mondi tristi senza colori. Mondi con case tutte uguali, persone tutte uguali e cieli grigi sempre grigi. E poi parla di quei mondi in cui invece il tempo cambia ogni giorno e le persone sono tutte diverse una dall’altra. Mondi in cui ci si diverte, ci si abbraccia, si salta e si canta. Mondi in cui ognuno è libero di “abitare” lo spazio come preferisce, creando una casa a propria immagine e somiglianza. Case tutte diverse, tutte colorate, una vicina all’altra per non sentirsi mai soli, mai fuori luogo e sempre intonati. Un libro per tutti perché siamo tutti un po’ mostri nella nostra unicità. E per ognuno di noi c’è un posto nel mondo.

UFFF… di Claude K. Dubois
Che noia. Che noia sta noia. Quel sentimento che a volte ci prende e ci rende apatici, molli, invertebrati, pigri come bradipi. Che fastidio questa noia che rende tutto piatto e poco invitante. Ma a volte basta poco. Anzi pochissimo. A volte basta un “prot” per trasformare una giornata noiosissima in puro divertimento. Mi piace questo libro. Così semplice, così vero. Che racconta di due uccellini che sprofondano nell’apatia perché il papà li ha privati del giochetto elettronico. Pigri irremovibili Nuki e Tati. Questi due fratellini che ritrovano la loro vitalità grazie a una puzzetta. E cosa c’è di più vitale di una puzzetta?

CENERENTOLA E LA SCARPETTA DI PELO di Raphaëlle Barbanègre.
Cenerentola. Ma non la solita cenerentola tutta romanticismi e passerotti. Una cenerentola che sì, sogna come le altre il principe azzurro ma si scontra con una realtà che è decisamente meno “favolosa” di quelle che vediamo nelle pubblicità. La fata madrina è una fashion blogger dai dubbi gusti. La carrozza è una rapa. Le scarpe invece di essere di cristallo sono di pelo. Eppure dicono tutti che siano all’ultima moda. Il castello sembra buttato lì e le prove di ballo sono a dir poco, mortificanti. Ma soprattutto il principe ha l’alitosi. Un principe con l’alitosi? Per carità. Che se ne fa Cenerentola di tutto questo? Niente. Meglio sola ma felice, magari realizzata con un bel lavoro a renderla appagata. E visse felice e contenta.

DEVI PORTARE UN CAPPELLO di Simon Philip e Kate Hindley.
Una festa a tema, una catena infinita di regole, una fila di personaggi buffi e surreali e un errore alla base di tutto. Sono questi gli ingredienti di questo libro che piace proprio per il suo essere così logico e allo stesso tempo senza senso. Elefanti col tutù, Tassi che “ovviamente” suonano il pianoforte. Portieri rigidi e soprattutto un numero civico sbagliato. Ed è così la vita, a volte una piccola svista può essere l’inizio di una infinita catena di strampalate vicissitudini. Per questo è così bella. Per questo viene voglia di raccontarla.

Il prossimo incontro di letture sarà il 20 dicembre. Letture rigorosamente Natalizie e spumeggianti. Dalle 16.30 presso Mipiacebio.


