Littles Sunny Tales. Capitolo 1.

Nella vita niente è per caso. Il percorso di ognuno di noi è ricco di segnali, orme che ci raccontano da dove veniamo e chi siamo. Un giorno sono andata a trovare mia sorella nel suo laboratorio di abiti per bambini. Eravamo sedute una davanti all’altra e parlando di noi ci siamo rese conto di come la vita intera sia sempre stata cosparsa di segnali che ci indicavano una direzione. In quel momento è nata l’idea di raccogliere questi segnali e di scriverne una storia. È nato questo progetto a puntate, tanti piccoli racconti di due sorelle, due paesi, una nonna speciale e una memoria fatta da tanti preziosi dettagli.

Spero possa portare grandi e piccini a credere sempre nei propri sogni.

Le illustrazioni sono di Roberto Blefari – Hikimi. Questo blog è nato con lui e sono felice di ritrovare il suo modo unico di leggere le mie storie.

Il mondo creato da mia sorella è quello di Paquita Littles Sunny Clothes e la potete trovare qui: https://www.instagram.com/paquita_littlesunnyclothes/

Il Filo Ritrovato.

Questa storia racconta di due sorelle Nena e Nina, nate a distanza di 24 mesi una dall’altra. La più grande era una rosa d’inverno ma aveva il sole caldo negli occhi. La seconda era un fiore di primavera con lo sguardo di rugiada. Entrambe avevano viaggiato piccole piccole su un aereo molto grande, in alto in alto nel cielo, per raggiungere con mamma e papà Caracas, la capitale del Venezuela. Quando sei piccolo tutto sembra grande. Fiori grandi, strade grandi, un sole grande e un cielo immenso. Quel cielo del Sudamerica per loro era infinito. Quel tempo lì invece durò poco. I ricordi sono impressi nelle vecchie fotografie. Due album, foderati di stoffa, uno rosso e uno rosa, consumati a forza di riguardarli. Un copridivano a fiorellini, una bambola tenuta dai capelli a testa in giù, una terrazza illuminata, mamma Ola, la loro seconda mamma Colombiana con i capelli ricci ricci fitti e neri, la Ciccia, la bevanda bianca, spumosa dolcissima a base di riso, un triciclo e poi pagine bianche. Tante pagine bianche come se ad un certo punto, all’improvviso i ricordi avessero smesso di essere trattenuti. 

Ma se in una storia salta un pezzo come fai a capirla tutta?

Ritornano soltanto dopo un po’, le foto. 

Dai colori dei tropici all’arancione dell’autunno torinese. 

Le stesse bimbe da quel momento si ritrovarono sotto un meraviglioso acero che ogni autunno si incendiava di colori che scaldavano il cuore. Ogni anno una foto.

Le braccia si allungavano, le gambe anche, gli sguardi invece erano quelli di sempre.

I ricordi di quegli anni sapevano di erba sotto i piedi. L’odore della pioggia, la gara di lumache, il rumore dei tergicristalli della macchina della Nonna, i pattini in cortile, le palle di neve. Tanta neve, tantissima neve, tanta da chiudere le scuole. Quando al telegiornale la sera annunciavano la chiusura delle scuole in casa i festeggiamenti duravano ore. Nena e Nina andavano a dormire emozionate pregustando il risveglio immerse in un paesaggio incantato. Mentre la neve, lì, era più alta di loro del Sudamerica rimaneva solo una carta da parati in cucina. 

Quattro pareti ricoperte di fiori, farfalle e uccelli colorati.

Lì Nena e Nina passavano ore a sbattere l’uovo con lo zucchero, a fare gli agnolotti con papà a scrivere messaggi segreti che venivano nascosti e mai più ritrovati. Amavano quella cucina. Quell’angolo di Caracas nell’umido inverno Piemontese.

Le due sorelle crescevano insieme. Diverse come il sole e la luna eppure sempre dalla stessa parte. La sera, quando la mamma  la porta di camera loro dopo il bacio della buonanotte, iniziava il loro mondo segreto. Il gioco della catapulta, le partite a pallavolo fatte con i peluche, le risate, le stelle luminose e poi i sogni una accanto all’altra, unite da un filo indistruttibile. 

I ricordi non sono solo fili di perle di nostalgia. 

Sono orme che ci riportano alla nostra essenza.

Mappe capaci di raccontarci chi siamo. 

E si sa, la vita a volte ti rimescola come una centrifuga a tal punto che non sai più dove hai le mani e dove sono i piedi. In uno di quei momenti, Nena e Nina ormai grandi si ritrovarono chinate a terra.

“Nena? Che fai chinata lì?”.

“Sto cercando una cosa e tu?”

“Anche io…”.

Cercavano il capo del filo della loro storia. 

“Eccolo! Urlò all’improvviso Nena.

Prese subito un ago tra le dita e, come faceva la loro nonna iniziò a cucire.

“Esprimi un desiderio”, disse Nina  che credeva sempre nelle magie.

“Voglio creare abiti. Abiti per bambini. Desidero che possano indossare la gioia del Venezuela, i profumi dell’autunno, i colori dell’estate e anche quelli dell’inverno. Voglio che siano comodi nei loro panni, veri. E sentirsi belli e liberi. Ti ricordi i vestitini con il colletto di velluto che dovevamo mettere noi da piccole? Io non ci respiravo lì dentro!”.

“Certo che mi ricordo!” Disse la più piccola prendendo una penna. 

E si mise a scrivere. Solo scrivendo Nina riusciva a fare ordine quando le emozioni la travolgevano. 

In quel momento presero una decisione: avrebbero ricostruito una storia che aveva perso per strada tantissimi pezzettini. 

La loro storia. Non sapevano bene ancora dove questa ricerca le avrebbe portate.

Una cosa però era certa, in quella storia era nascosta la chiave per realizzare tutti i loro sogni più grandi. L’avrebbero trovata e l’avrebbero fatto insieme. Unite dal loro filo invisibile.

Trovate il mondo, la visione, l’ispirazione di mia sorella nelle creazioni per bambini di Paquita Littles Sunny Tales:

https://paquita.store

L’estate fa.

Tic tic tic, bum bum bum, dleng dlegn dlegn, tu sei suono, il suono del tuo “esisto sono qui mi senti?”. Tu sei un sorriso che è una finestra aperta sul mondo, sui tuoi desideri, sulla tua sensibilità. “Un balcone mamma, non una finestra”. È vero. Un balcone, il tuo balcone da cui spiccare il volo. Swish, crash, smack, frr, le velocità della tua testolina, monti, smonti, vuoi vedere come sono fatte le cose, i pan di stelle rotti col cucchiaio la mattina, torri di pan di stelle, pan di stelle per tutta la vita mamma! E poi i baci i baci che ci dai che a volte ti prendi e a volte no, ora no che schifo. Un cielo terso, leggero, trasporta risate e poi all’improvviso un tuono che squarcia un po’ tutto intorno per poi placarsi in un abbraccio, in un sonno che ripara, in una certezza: quella di essere amato, completamente amato. Arrrrrrrr la tigre che ringhia. Non troppo però perché è una tigre cucciola che cerca sempre riparo tra le gambe di mamma e papà. “Mamma ti ricordi quando ero piccolo?”. Eri. Sì eri. Non sei più un cucciolo sei un bimbo pronto ad iniziare una nuova fase di vita. Splash il tuffo. Il tuffo del mio cuore che ti vede crescere. I tuoi tuffi bomba e poi pronti via ora delicati come farfalle. Tu sei il 21 giugno, il primo giorno d’estate. Sei la nostra estate. Con la sua luce, la sua leggerezza e tutti quei lampi improvvisi che illuminano le notti più buie. Tanti auguri bimbo nostro. Bimbo amato in tutte le tue rumorose sfumature. 

DIARIO DI UNA QUARANTENA.

Ultimo weekend prima della riapertura delle scuole a gennaio. Siamo seduti a cena e facciamo programmi per il weekend bevendo un bicchiere di vino rosso. Ho passato il pomeriggio sulle giostre con Pietro. Come risposta ad un selfie sul Brucomela Lorenzo, famoso per le sue intuizioni, mi scrive “magari compra due tamponi rapidi in farmacia”. In effetti ho male alle braccia. Forse non respiro nemmeno troppo bene. Mi sto suggestionando? Tornando a casa decido di fermarmi in farmacia, compro il tampone e uscendo dal parcheggio non vedo una macchina e la tampono. Avrei dovuto capirlo. Era un segno. Ho tamponato la macchina per comprare due tamponi. Ed ora eccoci qui. Abbiamo mangiato, abbiamo bevuto e compilato il cid e decidiamo di farci questo benedetto tampone. La sera dopo dovremmo andare a cena da amici meglio essere tranquilli. Fisso la provetta in attesa di vedere comparire le linee. Una linea. Due linee. Positiva. Tutti negativi tranne me. 

Mi autoconfino nella parte alta di casa. Mi sento Rampunzel nella torre mi manca solo la treccia da calare in cambio della cena. Per consolarmi mi installo Netflix sul computer e mi abbandono ai deliri della febbre. La mia vacanza in resort, isolata senza dover fare niente se non guardare il diavolo che mi pare dura 48 ore. Dopo 48 ore Lori inizia a stare male, anzi male male e io sono costretta a scendere dalla torre per prendermi cura dei bimbi. Trasformo camera loro in un accampamento e facciamo finta di essere in vacanza da qualche parte generando disordine e delirio come solo io so fare. Grazie al cielo c’è l’area Covid Free. Quello spazio che suddivide casa nostra da quella della nostra famiglia allargata che ci prepara con amore gnocchi alla romana e torte come se non ci fosse un domani. Passa il tempo. Eh sì il tempo passa per tutti. Arriviamo all’ultimo giorno prima della libertà. C’è un sole meraviglioso. Siamo già tutti negativi. Manca solo il tampone in farmacia il giorno dopo. “Bambini usciamo. Camminiamo fino alla Colletta, non ci avviciniamo a nessuno, facciamo merenda seduti per terra sul prato e torniamo a casa”. Partiamo. I bambini camminano per 2 km senza un lamento. Raggiungiamo la Colletta. Il prato è pieno di cacche di pecora (o di mucca? sembrano cacche di mucca) ma dopo dieci giorni chiusi in casa mi sembra bello come il Gran Paradiso. 

“Mamma ma qui è pieno di cacche”. 

“Dai Pietro non fare lo schizzinoso, siamo nella natura, siamo liberi è tutto meraviglioso”.

Ci sediamo per terra a mangiare paninetti tra una cacca e un’altra e poi ci spostiamo per andare a giocare in mezzo agli alberi. Siamo felici. Liberi e felici e pieni di… fango?

Il sole cala. È ora di andare ma i bambini ora sono stanchi come faccio a farli camminare altri 2 km per tornare fino a casa?

In quel momento vedo l’entrata del cimitero monumentale e ho una delle mie brillanti idee.

“Bimbi passiamo dal cimitero per tornare così lo vedete?”. La mia proposta viene accolta con entusiasmo. Sono proprio figli miei. 

Entriamo nel cimitero. Non c’è anima viva. Pietro inizia a guardare le piccole fotografie che lui chiama quadretti dicendo: “Questa è morta. Questa anche. Quest’altro… anche”.

Passeggiamo tranquilli riflettendo sulla vita e sulla morte mentre il tramonto illumina gli angeli di marmo del cimitero creando un’atmosfera surreale. Che pace.

In quel momento sento in lontananza il suono di una campanella. Insistente e continuo. La campanella suona da almeno 5 minuti come mai? Solo in quel momento mi chiedo: “perché non c’è nessuno? Starà mica chiudendo il cimitero?” Eccola lì. La fulminante presa di consapevolezza. 

“Bambini correte!!!!! Dobbiamo raggiungere l’uscita prima che chiuda!!!!”.

I bambini corrono in mezzo alle tombe. Vorrebbero fermarsi ad ammirare gli angeli liberty, i fiori, gli alberi e i chilometri di porticati, cercare la tomba di Silvio Pellico continuando a farmi domande sulla vita ma io invece li trascino correndo. Questo cimitero è immenso ma dove diavolo è l’uscita? Finalmente raggiungiamo i cancelli di Corso Novara. 

Vitto che ci vede bene al contrario di me urla:

“Mamma guarda che il cancello è chiuso!”. 

E in effetti è proprio così. Il cancello è chiuso. È l’ultimo giorno di quarantena, sono le 17.30, il sole è quasi tramontato e io sono chiusa dentro al cimitero con i miei figli e il cane. Sì c’è anche il cane. 

Pietro inizia a piangere “Mammaaaa io non voglio dormire al cimiterooooo!”. 

Vediamo un signore. Anche lui come noi è rimasto chiuso dentro e parla con la moglie che lo aspetta dall’altra parte del cancello. Fossi in loro mi porrei delle domande.

La signora è sul piede di guerra: “Ora chiamo i vigili per farci aprire”.

Panico. Sono ufficialmente ancora in quarantena fino a domani e sono chiusa dentro al cimitero con i miei figli e il cane. “Signora nooooooooooo”.

Mi guardano stupiti poi decidono di provare a chiamare il numero delle emergenze scritto su un cartellino vicino all’uscita accompagnato da un grande SOS. 

“Bimbi tranquilli in qualche modo torneremo a casa sicuramente non dormiremo qui tra una tomba e l’altra.”

Forse potrei iniziare ad insegnargli la canzone era una notte di pioggia a catinelle andavo in giro senza le bretelle quando ad un tratto vidi un cimitero com’era buio com’era nero.

Pietro ride piangendo. Vitto è divertita, come sempre lei prende tutto bene: “Che bello mamma! Facciamo il pigiama party”.

“Il pigiama morty Vitto.”

Al numero delle emergenze non risponde nessuno e la signora prende il telefono pronta a chiamare il vigile. È la fine. Questa è la fine. Mando un messaggio a Lori per avvisarlo “Siamo chiusi dentro al cimitero. È la fine.” 

In quel momento. Quando già mi sembra di sentire la sirena dei vigili, mentre mi immagino la loro reazione ascoltando il mio racconto “ho portato i bambini a fare merenda in mezzo alle cacche perché avevano bisogno di vitamina D e ci siamo persi dentro al cimitero” finalmente, animato da una forza divina, il cancello, si apre. 

Il vecchio signore guarda i bambini amorevolmente “questa sì che è stata una bella avventura eh piccini?”. 

Divina Signore. Divina.

Rimarrà una memorabile uscita dal Covid e dal cimitero Monumentale.

Ringrazio il cielo per avermi aperto i cancelli.

E così sia.

Tutti i fatti narrati potrebbero essere puro frutto della mia immaginazione.

Senza chiedere nulla.

“L’acero è l’archetipo dell’albero come antenna per gli impulsi provenienti dalle sfere più elevate. Ci aiuta a vedere chiaro e, allo stesso tempo, armonizza i nostri pensieri.”

L’acero è  per me una fotografia dei cambiamenti. Di ciò che si disperde e di quello che resta. Siamo io e mia sorella in braccio a mia mamma incorniciate dal rosso fuoco delle foglie in autunno. Io e mia sorella che cresciamo, ci allunghiamo come rami verso l’alto, lasciandoci abbracciare dal colore delle stagioni. Il nostro punto fermo. Casa. Famiglia. Radici nel fiume del tempo che passa. Radici contorte che, a volte, non si sa bene dove affondino ma che ci appartengono più di quanto siamo disposti ad accettare. Ricordo in quelle fotografie il mio sguardo che cambia immerso in quel paesaggio sempre uguale. Il mio cercare in quel profumo di foglie bagnate e di pioggia e terra qualche risposta alle mie domande troppo grandi per una bambina così piccola. Oggi c’è una nuova casa. Una nuova famiglia. Una nuova me che mette radici. Un inizio che è un punto di incontro tra il passato e il futuro. Tra i luoghi da cui provengo e i mondi dove vorrei tanto arrivare. E c’è anche lui. L’acero. L’albero di una vita. In questa foto c’è tutto ciò che voglio dare e di cui ho bisogno. Il senso di dove sono oggi e delle persone con cui ho scelto di continuare a crescere.

“Le nostre foglie si aprono verso l’esterno, vogliamo dare amore, dare quello che è la nostra essenza di alberi e vogliamo darlo senza chiedere nulla, perché è nella nostra natura dare. Ci sono uomini che danno per natura e se questo avviene non per un condizionamento, ma per generosità senza bisogno di riconoscimento allora è un movimento che va diretto dal cuore verso l’esterno e non si perde nulla, perché il cuore riceve sia dal basso che dall’alto. In questa circolazione d’energia d’amore, c’è il segreto della nostra essenza Ogni essere vivente se si lascia nutrire da ciò che lo circonda può dare all’infinito perché è l’infinito quello che lo nutre.”

È possibile.

Il tuo cielo mi doveva una stella. Quella che non mi ha dato l’anno scorso. Avrebbe dovuto proteggermi dalle notti più buie. Me la sono presa quest’anno. Una stella tutta per me con una scia lunghissima. Ho espresso un desiderio per noi. La tua spiaggia mi doveva una speranza. Quella di poter essere ancora felici. L’ho raccolta racchiusa in un opercolo, un occhio di Santa Lucia. I desideri hanno potere? I pensieri possono cambiare la realtà? Questa tenda mi doveva il calore. Di abbracci stretti in cui guarire dalla paura di perdersi ancora. Io a te, luogo mio, dovevo l’abbandono. La mia presenza senza fughe. I miei sorrisi e gli occhi chiusi sotto il sole. Ti ho offerto tutta la mia anima e in cambio ti ho chiesto di rigenerarla. Ho lasciato che il tuo vento spazzasse via dolore dalla pelle. Forse per questo c’è stato vento forte quasi ogni giorno. Ho permesso al tuo mare di restituirmi il mio sguardo, ho lasciato che le tue rocce roventi mi bruciassero i piedi per cancellare via i passi falsi. Siamo partiti in una notte illuminata da fuochi d’artificio e abbiamo pensato che lì, noi, siamo ancora possibili.

Come conchiglie sulla sabbia.

Sono come conchiglia. Travolta dalle onde, accarezzata, persa, dimenticata. Il mare dentro, granelli di sabbia che mi proteggono dai raggi del sole. Sono qui, nella spiaggia di sempre, nel posto di una vita. Impronte di nonne, di madri, di figlie e di nipoti. Impronte che si confondono una nell’altra. Percorsi da seguire o da cambiare per sempre. Guardo l’orizzonte come se mi guardassi dentro. Mi faccio conchiglia e lascio che ogni onda porti via qualcosa con sé. Un momento di panico, un batticuore, un errore, una parola mancata, una di troppo, notti in bianco, sonni perduti, ferite scavate come buche le cui pareti franano ad ogni sguardo. Famiglia. Insieme raccogliamo vetrini colorati per rimettere insieme i pezzi. In ogni colore cerchiamo un destino differente. Il tuo qual è? Hai paura di restare e di lottare per la felicità? No. In ogni forma cerchiamo un sorriso e se poi arriva un cuore blu ce lo teniamo stretto. Giri di giostra. Come giri sulla vita. I bambini hanno occhi che brillano, piedi che frullano, mani che aiutano. Ci prendiamo cura di noi. Mio figlio parla nel sonno, mi cerca ridendo e io rimango seduta in piena notte a guardarlo felice, di essere stata un sogno felice.

21 giugno.

Aguri a te, bimbo mio, mia anima gemella. Il mio primo giorno d’estate. Auguri a te che mi metti alla prova, mi misuri continuamente per assicurarti che il mio amore sia incondizionato. Misurami quanto vuoi. Ti amo e ti amerò sempre senza se e senza ma. Auguri ometto che cresci alla velocità della luce, che ti fai alto, sempre più alto, gambe lunghe, braccia lunghe, ciglia lunghe come se volessi sfiorare le nuvole con la punta della tua fantasia. Grazie per tutte le volte che ci fai ridere. Per ogni volta che mi hai abbracciato vedendomi soffrire “Mammina stai bene?”. Sì sto bene amore mio. E credimi, non sai quanto mi dispiaccia che tu abbia visto la tristezza. Oggi abbiamo tutti imparato anche ad asciugarci le lacrime. Come dice tua sorella “non ci sono più le goccioline mamma”. Che poi sarebbero le lacrime che a volte rimangono sulle ciglia come perle. Sei tenace. Lo sei sempre stato. A sei mesi gattonavi. A 3 anni andavi in bici senza rotelle. Il passeggino non l’hai mai voluto. Tu vuoi andare lontano. Non ti preoccupare. Io sarò sempre qui ad aspettarti. Ci sarò sempre e ti guarderò esplorare il mondo con la tua testolina piena di idee e di fantasia, con il tuo modo di osservare tutto ciò che ti circonda e di farlo tuo, con tutta la tua forza di volontà. Ti auguro di rilassarti. Di non avere fretta e di goderti ogni momento. Perché le capacità per fare ogni cosa che vorrai tu le hai dentro. Quello che dobbiamo imparare tutti è fermarci a goderci quello che c’è. Oggi è il 21 giugno. Ed è un 21 giugno più speciale degli altri. È una presa di posizione contro il dolore. Una scelta di felicità e leggerezza. Oggi è un giorno di festa per te e per tutti noi. Che il sorriso rimanga sul nostro viso fino a notte fonda. Che il nostro cuore si faccia lieve come zucchero filato. Che tu sia sempre certo, di tutto il nostro amore. Auguri Pietro. 

Quel Covid, dava un tono all’ambiente.

Le mamme ai tempi del Covid, lavoratrici o no, sono mamme che dicono un sacco di parolacce. C’è chi le dice fra i denti in serpentese, chi a metà, chi azzarda una virata, cazzperino, vaffareungirett, porrrrccini ne vuoooi? C’è chi corre in bagno per tirare giù un paio di santi e chi invece la dice proprio tutta e ad alta voce per giunta, per poi cercare di riparare con un “bambini non si dice alla mamma è scappata una parolaccia perché è un pochino stanca ma voi non dovete dirla mai questa parola. Mai mai mai ok?” . La mamma già sa che la parola incriminata verrà riproposta e usata da quel giorno  finché morti non li separi e che alla domanda “da chi l’hai sentita?” la risposta sarà inderogabilmente “DALLA MAMMA”, caso chiuso l’udienza è tolta. 

Le Covid mamme hanno un solo tipo di sguardo. Lo sguardo atterrito, spiritato, posseduto di chi sa che da un momento all’altro un figlio starnutirà, tossirà o il termometrò rileverà un fatidico 37.5 ° e loro sanno che in quel 37,5° ci sono tutti i 9 gironi infernali  danteschi e che Caronte le sta aspettando armato di certificati e tamponi.

Le Covid Mamme mostrano una nuova forma di demenza. Si chiama demenza post lockdown. Chi soffre di questa patologia mostra i seguenti sintomi: vuoti di memoria, attacchi di ridarola incontrollabili alternati a crisi di pianto, perdita della capacità di formulare frasi di senso compiuto o di seguire il filo dei discorsi. A causa di questo disturbo la Covid Mamma passa solo informazioni sbagliate e dimentica sempre un pezzo: la mascherina di ricambio in cartella per il figlio, l’igienizzante, la temperatura rilevata scritta sul diario, l’orario di entrata del figlio 1, l’orario di uscita del figlio 2, le uova per fare la frittata, il riso per il risotto, la call che era pianificata alle 12 e la telefonata arriva mentre sta pulendo il water perché ha confuso i giorni e, visto che non vuole lasciare il lavoro a metà, presenta al cliente con lo spazzolone del cesso in mano mettendo in muto quando tira l’acqua. 

Le Covid Mamme ipotizzano. Immaginano ogni tipo di scenario, pianificano strategie, misurano le possibilità, valutano i pro e contro, prevedono, si organizzano così tanto per fare perché tanto sanno che tutti i programmi da un momento all’altro saltano come mine.

Le Covid Mamme infatti non sono multitasking. Le Covid Mamme sono giocoliere, acrobate, trapezziste, contorsioniste. Fanno tutto con una mano sola mentre con l’altra stanno facendo tutto il resto. Le Covid Mamme hanno uno squilibrio. Ormonale, mentale, del sonno, del peso e soprattutto del carico che ogni giorno, tutte, senza mai tirarsi indietro portano sulle proprie spalle. Le Covid Mamme sono solidali. Sono amiche vere. Si supportano, si sopportano, si telefonano, si consolano, si confidano, si vogliono bene, se la ridono, stappano prosecchi come fosse sempre capodanno,  stappano in un’ora di libertà, stappano per spostare i pensieri un po’ più in là.

Le Covid Mamme hanno imparato a SDRAMMATIZZARE perché o sdrammatizzano o “sai, questo… questo è un caso molto, molto complicato, Maude. Un sacco di input e di output. Sai, fortunatamente io rispetto un regime di droghe piuttosto rigido per mantenere la mente, diciamo, flessibile”.

Sulla pelle.

Mi sono tatuata acqua sulla pelle. Quando ho imparato ad accettare la mia natura. Trovo sempre una via di uscita, scorro, mi infiltro e, a volte, sono cascata. Sento sempre tutto, le parole sono per me gocce che scompongono la mia superficie. Cambio forma continuamente, a volte evaporo all’improvviso o divento onda che tutto travolge. Nutro ogni persona che incontro, riempio i vuoti con gesti d’amore. Io sono nata, per nutrire la terra, quando è troppo arida. Mi sono tatuata fuoco sulla pelle. Quando ho imparato a credere in ciò che faccio. Quando ho capito che la rabbia non sempre distrugge e che il fuoco non brucia soltanto. Quando è nata mia figlia che ogni giorno mi insegna la forza della volontà e della ribellione. Mi sono tatuata terra sulla pelle. Quando mi sono presa cura delle radici per non perdermi più. Radici paterne che raccontano storie in cui la voglia di vivere vince su tutto, anche sulla malattia. Quando ho imparato a dire no senza andare in frantumi, ad avere pazienza, a fare un passo dopo l’altro senza il timore di non arrivare mai. Mi tatuerò aria, sulla pelle. Quando una risata cristallina sarà il mio buongiorno, quando mi prenderò in giro molto di più, quando ballerò dove voglio, con chi voglio, vestita di tutti i colori del mondo. Respirerò, volerò, sussurrerò al mondo che la vita, questa vita, sa essere davvero bella.

Dammi una mascherina e ti guarderò negli occhi.

E così la mascherina diventa parte di noi. Della nostra quotidianità, dei nostri buongiorno e dei nostri come te la passi. Impariamo ad osservare di più i dettagli per riconoscerci anche da lontano. Come camminiamo, come ci vestiamo, quanto sono lunghi i nostri capelli. Non possiamo abbracciarci, non possiamo stringerci la mano, non possiamo sorriderci, non possiamo fare altro che scambiarci lo sguardo. E non lo abbassiamo più lo sguardo, per non dover rinunciare anche a questo. Pensavo che alla fine la mascherina invece di nasconderci forse ci sta mettendo a nudo. Perché se è vero che gli occhi sono le specchio dell’anima in questo momento ci stiamo tutti leggendo dentro. I nostri sguardi stanno raccontando la parte più vera e umana di noi. Come stiamo, come ci sentiamo, se abbiamo paura o se siamo felici. Non possiamo e non vogliamo mentire. Credo che non dimenticherò gli occhi dolci di un’amica vicina di casa pieni di tutta la voglia di stringerci che avevamo, gli occhi azzurri e profondi del medico che ha ammesso la sua emotività per farmi ammettere la mia, non dimenticherò gli occhi velati di lacrime, quelli allegri, quelli spaventati, quelli buoni, quelli da un’altra parte e non vedo l’ora di rivedere gli occhi di tutte le persone che amo. Stanno diventando come perle questi occhi per me, li metto in fila e li tengo vicini ai miei pensieri come un gioiello prezioso. Perché parlano. Parlano di esistenze, di storie, di persone che come me hanno dovuto rivedere ogni priorità. Ora sappiamo meglio di prima quanto contiamo l’uno per l’altro. Mi preparo ad affrontare questa fase due così. Pensando che continueremo a leggerci dentro e ad avere il coraggio di mostrarci per quello che i nostri occhi dicono.

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